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http://it.wikipedia.org/wiki/Adelchi


ENCICLOPEDIA DELLA LETTERATURA

Adelchi

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Nota disambigua - Se stai cercando altri significati di Adelchi, vedi Adelchi (disambigua).

L'Adelchi è la seconda tragedia di Alessandro Manzoni, che fu scritta tra il 1820 ed il 1822.

[modifica] I coro dal III atto: Dagli atrii muscosi...

L'ispirazione fondamentale è espressa palesemente negli ultimi versi ed è l'amara contemplazione della vanità delle illusioni e la sconsolata considerazione delle inderogabili leggi della storia. Gli italiani, che vedono combattere sui loro campi insanguinati i Longobardi e i Franchi, saranno schiavi finché non sapranno riscattare la loro terra versando uniti e consapevoli il loro sangue; chiara allusione questa ai contemporanei del Manzoni, che avevano sopportato le invasioni dei rivoluzionari francesi e dei reazionari austriaci. Si tratta dunque di meditazioni sui fatti nazionali contemporanei, ma il coro non è solamente ciò: la poesia si espande fino a divenire da nazionale a universale e religiosa (Marzo 1821). Nel coro appare un'epoca travagliata dalle guerre, ma il poeta non parteggia né per l'una né per l'altra delle parti in causa poiché vincitori e vinti sono accomunanti nella pietà cristiana. Accanto alla pacata riflessione, al sentimento cristiano, emerge la forza rappresentativa in una vigorosa serie di quadri che fanno del primo coro dell'Adelchi una tra le migliori e più conosciute pagine del Manzoni.

Il poeta esordisce rappresentando gli italiani oppressi, poi l'angoscia dei Longobardi sconfitti ed infine i Franchi vincitori e tutti, oppressi, vinti e vincitori sono accomunanti dalla stessa tristezza e rimpianto per ciò che hanno perduto. I versi dolenti, nei quali il furore della battaglia si placa in una pace ingiusta, tra spoliazioni ed oppressioni, si chiudono con un accento desolato nel quale il cristiano Manzoni non vede l'orizzonte rischiarato dalla luce di Dio.

[modifica] II coro dal IV atto: Coro di Ermengarda: sparsa le trecce morbide...

In questo coro l'arte del Manzoni assurge ai massimi livelli. Ermengarda è tra le figure più vere e palpitanti della lirica di ogni tempo e una delle più belle del romanticismo europeo Amore e verecondia, sofferenza e preghiera permeano la complessa figura di Ermengarda. Ma non la riassumono completamente poiché altri elementi vi si accompagnano: la "Provvida Sventura", che la accomuna al fratello Adelchi ed al Napoleone del cinque maggio, il ricordo della vita di corte, il canto delle suore, l'ombra delle rimembranze. Intorno ad Ermengarda morente, Manzoni ricrea un mondo storicamente determinato, ma reso quasi fiabesco dallo specchio dei ricordi. Sulle immagini che evocano alla mente della sventurata un tempo ormai irrimediabilmente perduto domina la "Provvida Sventura" che ha collocato fra gli oppressi la figlia di un oppressore. Nell'umiliazione e nella sventura Ermengarda riscatta il passato della propria stirpe e scende nella tomba serena (è la calma conferita dalla presenza dì Dio), pacificata e compianta. La mente divina contempla la vita travagliata della dolente regina ripudiata da Carlo, la giudica innocente e ne conforta l'angoscia. L'indimenticabile figura dell'infelice regina resta, insieme alla sventurata Didone, il simbolo delle tante donne per le quali l'amore fu morte. Ben diverso è, però, il loro trapasso: cristianamente placido quello di Ermengarda, tragicamente furente quello della pagana Didone. Nonostante ciò le due regine sono accomunate dalla lacerante pena dell'amore tradito, dal rimpianto della perduta felicità, dalla sventura che si abbatte su dì loro, improvvide, proprio per mano dì coloro nei quali avevano riposto ogni speranza e che, senza remore, le tradiscono, non esitando a sacrificarle alla politica, nella crudele ottica del loro futuro di dominatori.

Il coro di Ermengarda racchiude e fonde la passione della patria, l'amore, la fede. La regina, discendente di una stirpe di oppressori, ha subito la sorte degli oppressi. Ripudiata da Carlo inutilmente lo rimpiange e, nell'ora suprema, le memorie di un tempo felice si affollano nella desolata mente della regina e colmano penosamente la sua anima esulcerata, mentre le pie suore vegliano il suo martirio. Eppure la morte, che, per chi e stato felice, è travaglio ed orrore, porta pace e dolcezza alla misera regina per la quale rappresenta la fine della sofferenza e la pace dell'anima accolta dal Signore.

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