ENCICLOPEDIA DELLA LETTERATURA
Cristo si è fermato a Eboli (romanzo)
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Cristo si è fermato a Eboli (pubblicato nel 1945) è un romanzo autobiografico di Carlo Levi, scrittore, pittore e medico piemontese. Sotto il regime fascista, lo scrittore passò un lungo periodo al confino in Basilicata, ad Aliano, e lì ebbe modo di conoscere la realtà lucana.
Eboli è il paese campano dove, una volta abbandonata la costa, si fermano la strada e la ferrovia; superato tale punto, si arriva nelle terre aride, desolate e dimenticate da Dio della Basilicata.
Rocco Scotellaro ha scritto: "Cristo si è fermato a Eboli è il più appassionante e crudele memoriale dei nostri paesi."
Grazie alla regia di Francesco Rosi, dal libro è stato tratto il film omonimo, interpretato da Gian Maria Volonté.
Attenzione – L'utente
Alec ha chiesto di verificare che questa
voce non costituisca una violazione di
copyright perché probabile copia di
materiale già pubblicato altrove e dunque
non originale. Se puoi,
contribuisci adesso a verificarne la
compatibilità con la licenza
GFDL (vedi
Aiuto:Copyright per maggiori dettagli).
La voce è stata inserita nella categoria "Da
controllare per copyright". Per
eventuali note usa la
pagina di discussione.
Levi, lasciato Grassano, prima tappa del suo confino, si diresse ad Aliano (o Gagliano, come viene chiamato nel libro), scortato da due carabinieri. Lasciare Grassano per Carlo Levi fu un dispiacere enorme. Qui, infatti, si era fatto molti amici a cui dovette dare l'addio. Arrivato a Gagliano Levi venne presentato al podestà Magalone e al brigadiere. Per Levi, il primo impatto fu molto brusco: una prima occhiata lo convinse che i restanti anni di confino sarebbero stati molto lunghi e oziosi e l'immagine del paese, così chiuso e sperduto, suggeri-rono subito alla sua mente l'idea della morte. Il suo primo alloggio fu presso la cognata vedova del segretario comunale, dalla quale seppe poi molte cose riguardo al luogo e alla gente che vi abitava. Durante la sua prima passeggiata conobbe i due medici del paese, Gibilisco e Milillo, che, pur esercitando quella professione, non ne erano validi rappresentanti. Non volendo mettersi in competizione con i due "medicaciucci", come venivano definiti in paese Milillo e Gibilisco, Levi si sentì spesso in imbarazzo, ogni qualvolta gli era richiesto un parere medico; il suo im-barazzo nasceva soprattutto dal fatto che egli non aveva mai esercitato la professione di me-dico prima d'allora e perciò si sentiva insicuro. Fra le persone che conobbe in quei giorni ci furono anche don Trajella, il parroco del paese, ormai rassegnato agli atteggiamenti miscredenti e superstiziosi dei contadini e donna Cateri-na, sorella del podestà. A spezzare la monotonia di quei lunghi giorni fu la sorella, che, venuta in visita, portò al fra-tello alcuni medicinali e strumenti per poter curare i contadini del luogo. Nella ricerca della solitudine, l'unico luogo che Carlo Levi trovò fu il cimitero, posizionato po-co fuori dal paese. Qui egli soleva sdraiarsi sul fondo di una fossa per contemplare il cielo e lì si addormentava con il cane Barone ai suoi piedi. Il cimitero era anche l'unico posto dove il paesaggio rompeva la sua monotonia. Era qui perciò che Levi soleva dipingere, spesso sor-vegliato da un carabiniere, mandato dal troppo prudente podestà. Dopo aver soggiornato per un breve periodo a casa della vedova, egli si trasferì in quella che era stata la casa di don Rocco Macioppi, il precedente parroco di Gagliano; in questo luogo Levi si trovò a proprio agio, soprattutto grazie al fatto che la casa si trovava nella parte ester-na del paese, lontano dagli sguardi inquisitori del podestà. Donna Caterina, scelse come domestica per Levi, Giulia, una delle tante "streghe" di Gagliano, ovvero una di quelle donne che avevano avuto più figli da uomini diversi e che praticavano delle specie di "riti magici". Giunse da Matera, dopo tre mesi di permanenza a Gagliano, il permesso di poter trascorrere alcuni giorni a Grassano, la sua precedente residenza, per sistemare alcuni effetti personali. Qui Levi torna indietro con la mente e con i ricordi, rincontra i vecchi amici ed assiste ad uno spettacolo di attori girovaghi. Ma la breve vacanza ebbe presto termine e, prima che se ne potesse accorgere, dovette ritornare nella solitudine Gaglianese. Ormai l'inverno era alle porte, le giornate si accorciavano ed il clima peggiorava. Con l'inver-no venne anche Natale e con questo un fatto increscioso: il parroco, don Trajella, pronunciò la messa natalizia ubriaco, o fingendo di essere tale, simulando inoltre la perdita della predi-ca ed il ritrovamento "miracoloso" di una lettera spedita da parte di un contadino partito per l'America, contenente i saluti per tutto il paese. L'evento non suscitò l'approvazione del pode-stà Magalone, che fece successivamente in modo di cacciare il buon parroco. Un altro evento che suscitò molto interesse nel paese e che testimonia bene l’ambiente de-scritto da Levi, fu l'arrivo del sanaporcelle, erede dell'antica tradizione famigliare di togliere le ovaie alle scrofe per farle ingrassare bene e di più. Finì così "l'anno 1935, quest'anno fastidioso, pieno di noia legittima e cominciò il 1936, iden-tico al precedente, e a tutti quelli che sono venuti prima, e che verranno poi...Cominciò con un segno funesto, una eclisse di sole". Verso aprile Levi dovette tornare a Torino per la morte di un suo parente. Egli vede, in questa occasione, la città con occhi nuovi: guarda con distacco amici e parenti, rendendosi conto che la sua esperienza meridionale lo aveva cambiato profondamente sia nei modi di fare sia interiormente. Al suo ritorno in Lucania Carlo Levi trovò alcune novità, tra le quali la scomparsa di Giulia, la sua domestica, a causa della gelosia dell'attuale marito e l'arrivo del sostituto di don Trajella, allontanato a causa degli avvenimenti natalizi. Qualche tempo dopo, in mezzo all'euforia fascista per la conquista dell'Etiopia ed al dispiace-re dei contadini, Levi riceve la liberazione dal confino. Con la descrizione del suo viaggio in treno, termina questo magnifico racconto che testimonia la “morte civile” degli esiliati dal re-gime fascista.






