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http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Gattopardo_%28romanzo%29


ENCICLOPEDIA DELLA LETTERATURA

Il Gattopardo (romanzo)

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Motivazione: commento al romanzo troppo ammiccante nei confronti della Sicilia, non si tiene conto della denuncia sociale nei confronti della mentalità dei siciliani operata da parte di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e unanimamente accertata dalla critica letteraria odierna151.44.179.215

Il Gattopardo è un romanzo storico narrativo scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, tra la fine del 1954 e il 1957. All'inizio fu rifiutato da Einaudi e da Mondadori, poi fu pubblicato postumo da Feltrinelli con la prefazione a cura di Giorgio Bassani. Nel 1959 ricevette il Premio Strega, nel 1963 Luchino Visconti lo tradusse in un film omonimo.Unico romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa,che narra delle vicende di un suo antenato, è uscito come opera postuma, sia pur di pochissimo tempo, alla morte dell'autore.

Il nome del romanzo ha l'origine nel fragmento: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.»

[modifica] Trama

Il Gattopardo narra delle vicende dell'antenato dello stesso autore Don Fabrizio Corbera, Principe di Casa Salina, e della sua famiglia tra il 1860 e il 1910, in Sicilia (a Palermo e nel feudo agrigentino di Donnafugata). Don Fabrizio è padre di sette figli ed è primo ed ultimo di un casato che per secoli non aveva mai saputo fare neppure l'addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti. Il principe possedeva forti inclinazioni alle matematiche; aveva applicato queste all'astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private. Ad un certo punto del primo capitolo si parla di un cadavere rinvenuto nel giardino di Casa Salina “il cadavere di un giovane soldato del quinto battaglione cacciatori, che ferito nella zuffa di san Lorenzo contro le squadre dei ribelli era venuto a morire, solo, sotto un albero di limone. Lo avevano trovato bocconi nel fitto trifoglio, il viso affondato nel sangue e nel vomito, le unghia confitte nella terra, coperto dai formiconi; e di sotto le bandoliere gl'intestini violacei avevano formato pozzanghera.”. Nel maggio 1860, dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia, Don Fabrizio assiste con distacco e con malinconia alla fine del suo ceto. La classe aristocratica capisce che ormai è prossima la fine della sua supremazia: infatti approfittano della nuova situazione politica gli amministratori e i mezzadri, la nuova classe sociale in ascesa. Don Fabrizio, appartenente ad una famiglia di antica nobiltà, viene rassicurato dal nipote Tancredi, che, pur combattendo nelle file garibaldine, cerca di far volgere gli eventi a proprio vantaggio. Quando, come tutti gli anni, il Principe con tutta la famiglia si reca nella residenza estiva di Donnafugata, trova come nuovo sindaco del paese Don Calogero Sedara, un borghese di umili origini che si è arricchito ed ha fatto carriera in campo politico. Tancredi, che in precedenza aveva manifestato qualche simpatia per Concetta, la figlia maggiore del Principe, si innamora di Angelica, la figlia di Don Calogero, che infine sposerà, abbagliato sicuramente dalla sua bellezza, ma attratto anche dal suo notevole patrimonio. Un altro episodio significativo è l'arrivo a Donnafugata di un funzionario piemontese, Chevalley di Monterzuolo, che offre a Don Fabrizio la nomina a senatore del nuovo Regno d'Italia. Il Principe però rifiuta sentendosi troppo legato al vecchio mondo, citando come risposta al cavaliere la famosa frase: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Specchio della realtà siciliana questa frase simboleggia la capacità dei siciliani di adattarsi nel corso della storia ai diversi e numerosi stranieri che hanno governato la bellissima isola. E anche la risposta di Don Fabrizio è emblematica: "...e dopo sarà diverso, ma peggiore." La vita del Principe da allora prosegue in modo monotono e sconsolato, fino alla sua morte che lo coglie in un'anonima stanza di albergo nel 1883, mentre tornava da Napoli, viaggio intrapreso per sottoporsi a visite mediche. Nella sua casa rimarranno le tre figlie nubili, inacidite da una vita chiusa e solitaria. Curiosamente, anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa morì in una modesta camera d'albergo, lontano da casa, in un viaggio intrapreso per cure mediche.

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