ENCICLOPEDIA MEDICA
Accanimento terapeutico
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L'accanimento terapeutico è un termine medico che
indica l'attività di prolungare in modo artificioso le
funzioni vitali di pazienti moribondi. Cessare queste
attività non significa eutanasia passiva ma
semplicemente riconoscere i limiti oggettivi della
scienza e dell'esistenza umana. Il termine "accanimento"
indica "l'ira ostinata dei cani", letteralmente
segnala "ostinazione, tenacia" e per estensione
"perseveranza rabbiosa e crudele". Terapia
significa cura, assistenza, guarigione da una malattia.
Dunque, accanimento terapeutico vuole significare
perserveranza rabbiosa e crudele nel trattamento di una
malattia che non guarisce e che sta conducendo a morte.
L'accanimento terapeutico avviene quando una persona o i
suoi parenti considerano la morte stessa una malattia
curabile, invece che un processo fisiologico di fine
attività vitale. Il tentativo di opporsi con ogni mezzo
al processo fisiologico della morte, riesce in realtà
soltanto a prolungare l'agonia, che diventa così lunga,
sfiancante e dolorosa, anche per i parenti.
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Storia
Il problema dell'accanimento terapeutico è attualmente dibattuto per la prima volta nella storia. Dopo incidenti gravi a seguito dei quali persone giovani in coma profondo, negli Stati Uniti si tentò di tenerli in vita meccanicamente ventilando i polmoni con una apparecchiatura, applicando uno stimolatore cardiaco artificiale e ricercando tecniche per stimolare la corteccia cerebrale al fine di riattivarla. Avendo avuto successi terapeutici, in una percentuale minima ma significativa di casi, di uscita dal coma anche dopo 8 mesi, i parenti benestanti di persone anziane in punto di morte hanno creduto che fosse possibile applicare queste tecniche ai loro congiunti ed hanno chiesto e ottenuto di prolungare l'agonia, fino al limite dello sfaldamento dei tessuti. Da questo momento in poi si è incominciato a parlare di accanimento terapeutico.
Agonia
Non sempre il passaggio dalla vita attiva all'agonia è così netto e facile da capire, inoltre, entrano in gioco fattori psicologici, economici, culturali, personali, familiari, sociali, morali e legali:
- fattori psicologici: in generale c'è la tendenza a negare l'idea della morte, sia perché non se ne può avere esperienza, sia perché se ne nega l'esistenza. Non riconoscere l'agonia, comporta un errato esame di realtà e di conseguenza errate azioni manipolatorie ed una notevole frustrazione finale, in quanto, alla fine, poi, la morte si presenta in modo evidente ed ineluttabile.
- fattori economici: una persona anziana con la sua pensione dà un contributo all'economia familiare, consumando poco ed in molti casi è necessario che sopravviva il più a lungo possibile. Un moribondo ha valore perché rappresenta una fonte di utile per l'industria farmaceutica, per ogni intervento infermieristico e medico effettuato. Insomma, molte persone hanno interesse a prolungare l'agonia di un'altra persona, in quanto è fonte di reddito.
- fattori culturali: "Agonia" deriva dal greco e significa "combattimento", la lotta estrema contro la morte, quindi, un combattimento perdente. Ma la vita è tutta un combattimento contro la morte, però non per questo pensiamo di essere in agonia tutta la vita.
- fattori personali.
- Alcune persone si abbandonano all'agonia e la vivono con serenità come hanno vissuto tutte le esperienze della loro vita, accettando il fatto che è venuto il momento della fine.
- Altre persone non accettano di essere finiti e muoiono in modo drammatico in stato ansioso, in crisi di agitazione psicomotoria.
- L'età è un fattore determinante nella valutazione delle possibilità di recupero, una persona giovane ha maggiori possibilità di recupero a parità di patologia.
- fattori familiari: l'elaborazione
del lutto dei famigiari di fronte all'idea
perentoria della morte dei loro cari, provoca diverse
reazioni:
- indifferenza, allontanando da sé il pensiero della morte assieme al moribondo e lo considerano come se fosse già morto depositandolo in un ospedale ed isolandolo dagli affetti familiari
- negazione della morte, tentando degli inutili salvataggi in extremis, mobilitando l'apparato sanitario in tutti i suoi aspetti, provocando semplicemente più dolore al morente che finisce la sua vita in una disperata quanto inutile corsa in ambulanza o su una barella di pronto soccorso.
- fattori sociali: l'agonia ha peso sociale, quando è quella di una persona importante come il Papa o un capo di Stato, a volte, è necessario dare tempo all'opinione pubblica di assimilare l'idea che anche una persona potentissima possa morire.
- fattori morali: sono le considerazioni pro e
contro che la coscienza ci pone sul praticare
l'eutanasia o l'accanimento terapeutico o
semplicemente aspettare. La coscienza umana è
costruita in un modo che di fronte alla morte vissuta
come un abbandono, reagisce o con senso di colpa o con
rabbia:
- senso di colpa, pensando di aver potuto interrompere l'agonia, ci si incolpa di non essere intervenuti abbastanza, ne consegue tristezza e dolore, nei casi più gravi, depressione
- rabbia, si dà la responsabilità al proprio congiunto che muore, di non aver fatto abbastanza per sé e per la propria salute, recriminando e scaricando improperi verso il moribondo, accusandolo di averci abbandonato ingiustamente. A volte questa rabbia viene riversata sul medico, che in modo singolare, risponde a insulti e minacce, in modo consolatorio.
- fattori legali.
- passaggi ereditari. Lo stato esige circa il 40% dei beni del defunto, come tassa di successione sull'eredità, quindi è consuetudine svuotare il conto del morituro finché è in vita ma alle volte per ignoranza o imprevidenza ciò non viene tempestivamente fatto. Quando poi la morte cade la domenica, non si può chiudere il conto in banca, trasferendo in modo tempestivo, tutto il denaro su un altro conto; di solito il direttore è compiacente e retrodata il trasferimento ma il meglio è tenere in vita artificialmente il tempo necessario ad espletare le pratiche burocratiche.
- per potere cessare l'accanimento terapeutico, senza incorrere nei rigori legali di mancato soccorso, è necessario avere documentazione clinica sufficiente, a dimostrare che quello che si poteva fare da un punto di vista medico, è stato fatto e che fare di più, provoca solo danno.
Stadiazione agonica
I criteri di stadiazione agonica non sono un termine medico ma sono un indice pratico per capire a che punto temporale è l'agonia. Per agonia di solito, si intende il momento più prossimo alla morte, della durata di due o tre giorni e in medicina si chiama coma. Però, nel momento in cui viene diagnosticata una malattia terminale che conduce sicuramente a morte, praticamente per quel paziente inizia un'agonia che può durare da pochi mesi a qualche anno, nei quali la malattia ha degli alti e bassi e malgrado il dolore, le cure non sono considerate accanimento terapeutico, perché il paziente in fondo è contento di esserci e di vivere il più a lungo possibile. Dato che la risposta alla malattia che procura la morte è sempre soggettiva, anche questi criteri non sono da interpretarsi in modo rigoroso ma è necessario valutare caso per caso, con l'aiuto tecnico del medico di famiglia, che è la persona che più di tutti conosce la situazione reale.
La stadiazione agonica è un elenco di attività che indicano il passaggio dalla vita attiva alla prossimità della morte e sono un indice per giudicare quando, nella degradazione mortale, le cure diventano accanimento terapeutico ed è necessario interromperle:
- partecipazione del paziente alla vita attiva e sociale della famiglia. È chiaro che un paziente anziano, allettato, magari anche sofferente ma che vive e partecipa alla vita familiare, tutte le mattine leggendo il giornale, interessandosi dei nipotini, per quanto gli è possibile, che aspetta il Natale e tutte le feste perché è contento di vedersi intorno tutti i suoi cari parenti, a nessuno viene in mente di sospendergli le cure.
- il dolore è criterio discriminante molto importante, talmente importante che gli viene dedicato un capitolo a sé nella terapia del dolore.
- capacità di nutrirsi da soli. L'incapacità di
nutrirsi da solo è un buon indice del degrado
cerebrale di un paziente e della sua irrecuperabilità.
- I pazienti soli che non sono più in grado di nutrirsi da soli, muoiono nel giro di breve tempo, anche se sono ricoverati in ospedale.
- I pazienti non soli, in casa, anche quando non sono più in grado di nutrirsi da soli e per la maggior parte del tempo sono incoscienti, sopravvivono anche un anno o più.
- lo stato di
coscienza.
- Un paziente incosciente, che non capisce più, è sempre addormentato, non partecipa in nessun modo alla vita familiare, si risveglia a fatica schiaffeggiandolo, non sa dove si trova, anche se non soffre, è entrato in una fase di declino tale che muore nel giro di qualche mese e finché deglutisce qualcosa può sopravvivere.
- Un paziente incosciente, può anche non mangiare, ma per farlo rimanere in vita è importante che beva a sufficienza, se non proprio un litro e mezzo come le persone normali, almeno un litro di acqua al giorno.
- Queste persone incoscienti quando si ammalano non sono abbandonate ma vengono curate anche se nella maggior parte dei casi le terapie a volte non sono più efficaci.
- In questi pazienti incoscienti sono importanti le malattie di base aggravanti come il diabete, che rende torpide le risposte naturali.
- il riflesso della deglutizione. Nel declino mortale si ha una graduale perdita di funzioni corporali e ad un certo punto il paziente perde il riflesso della deglutizione e il mangiare gli va di traverso nei polmoni, l'acqua cola un po' meglio ma si accumula e non entra nello stomaco, il paziente si mette a tossire e spruzza tutta l'acqua fuori. Questo paziente di solito non è cosciente e quando una persona non deglutisce più l'acqua, muore nel giro di pochi giorni.
Si lascia facoltà ai parenti la scelta se lasciare
andare il loro caro in questo modo o se somministrare
fleboclisi magari glucosate per sostenerlo in vita
finché i polmoni invece che di aria si riempiono acqua,
dando sensazione di soffocamento; il cuore non pompa più
nulla e alla fine si rompe da solo in modo molto
doloroso; i reni invece che urina buttano fuori acqua e
zucchero e la vescica si gonfia invece che urinare.
L'organismo viene spinto in questo modo verso una
sfascio completo e doloroso, ad ogni organo che man mano
perde funzione e viene sostenuto artificialmente, finché
si rompono anche le arterie e le vene provocando una
arterite e una flebite, provocando una trombosi a
livello cerebrale che si chiama ictus e che provoca
paralisi alla faccia, o alle braccia o alle gambe o
tutto assieme.
Alcuni pazienti in questo stato ma ancora coscienti lo
dicono:
"Lasciatemi morire".
Si mette il parente nel suo letto, in penombra, senza
rumori disturbanti, dandogli un po' da bere se non
rifiuta e aspettando serenamente che si compia in modo
dignitoso il destino dell'uomo.
Collegamenti esterni
- Notiziario di Bioetica all'Università La Sapienza di Roma
- Enciclica Evangelium Vitae (vedi in proposito i numeri 65-67)
- Dichiarazioni anticipate di trattamento (parere del CNB)
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