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ENCICLOPEDIA POLITICA

Fascismo

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Benito Mussolini durante un discorso
Benito Mussolini durante un discorso

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Storia d'Italia

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Categoria: Storia d'Italia
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«Il mussolinismo è (...) un risultato assai più grave del fascismo stesso perché ha confermato nel popolo l'abito cortigiano, lo scarso senso della propria responsabilità, il vezzo di attendere dal duce, dal domatore, dal deus ex machina la propria salvezza.»
 

Il fascismo fu un movimento politico del XX secolo che sorse in Italia a partire dalla fine della prima guerra mondiale, in parte come reazione alla Rivoluzione Bolscevica del 1917 e alle prime lotte sindacali operaie, in parte in polemica con la società liberal-democratica uscita lacerata dall'esperienza della guerra. Il nome deriva dalla parola fascio (lat.: fascis) e fa riferimento ai fasci usati dagli antichi littori come simbolo di unione. L'ascia presente nel fascio simboleggiava il loro potere, in particolare il loro potere giurisdizionale.

Fondatore ed ispiratore del movimento fascista fu il forlivese Benito Mussolini, che il 23 marzo 1919 dette vita a Milano ad un piccolo gruppo denominato Fasci italiani di combattimento. Il fascismo fu il primo dei grandi movimenti nazionalisti diffusisi rapidamente in Europa negli anni venti e trenta del secolo scorso in molti paesi europei, accomunati da una matrice comune di conservatorismo, nazionalismo, razzismo, autoritarismo e culto della personalità del duce: il nazismo in Germania, le guardie di ferro in Romania, il franchismo in Spagna(notare che tutti questi movimenti si ispiravano inizialmente al fascismo). Dal '38 in poi, con la pubblicazione del "Manifesto degli scienziati razzisti", in realtà redatto al 90 per cento da Mussolini, il fascismo si dichiarò esplicitamente anche antisemita e anche, se non vi fu alcun intento di sterminio fino al 1943, quando l'Italia venne occupata dall'esercito nazista, gli ebrei furono allontanati dalla vita pubblica, spesso privati del lavoro ed esposti a varie forme di vessazione.

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«Il Fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: Non importa se il nostro programma concreto, non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro. »
 

Il fascismo tendeva ad imporre l'assoluta preminenza del partito fascista, identificato con lo Stato, in ogni aspetto della vita politica e sociale. Pur combattendo il comunismo e il socialismo come nemici della patria e della società (col diretto appoggio, in questo, della grande industria e dei capitalisti privati, spaventati dalle rivendicazioni sindacali, con cui il fascismo ebbe sempre un rapporto privilegiato) Mussolini mutuò dalla dottrina socialista molte idee, creando uno stato maggiormente centralizzato e strutturando l'economia in un modello molto simile al socialismo corporativista.

Le radici del fascismo, come degli altri regimi totalitari europei “cugini” del periodo, vanno individuate nella profonda crisi della società italiana del primo dopoguerra e nelle deboli radici della sua democrazia liberale. L'ideologia del fascismo fu elaborata negli anni '20 e successivamente stilata in un articolo scritto da Giovanni Gentile durante il suo incarico di ministro dell'Istruzione e poi siglato da Mussolini, ma non venne mai veramente applicata, restando un documento privo di seguito. Il fascismo visse soprattutto della volontà di Mussolini e si limitò a seguire alcuni principî di massima da lui indicati di volta in volta e ad alimentare il culto della personalità, adoperando i mezzi di comunicazione di massa per trasmettere un ideale di uomo forte, deciso e risoluto.

Di certo il fascismo si riallaccia a correnti di pensiero ultraconservatrici, che risalgono al XIX secolo, in generale contraddistinte dalla critica contro il preteso materialismo e l'idea di progresso delle società capitaliste borghesi, ritenute distruttrici dei valori più profondi della civiltà europea. Tali scuole di pensiero tendono a rievocare un'idea romantica, secondo molti storicamente inesatta, di una mitica società premoderna, armonica e ordinata, nella quale i diversi ceti della società, ciascuno nel suo àmbito, collaborano per il bene comune. Da questo promana la critica alla democrazia liberale e alla società di massa che avvilisce l'uomo (il numero contro la qualità), fino a giungere a pensatori che sul finire del XIX secolo e l'inizio del XX secolo ritenevano esaurita la funzione della civiltà occidentale (Alfred Rosenberg Il mito del XX secolo, Oswald Spengler, Il tramonto dell'Occidente).

Indice

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Storia del Fascismo

Per approfondire, vedi la voce Storia dell'Italia fascista.

In Italia il fascismo trovò i suoi precursori negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, nel movimento artistico del futurismo (il cui ispiratore, Filippo Tommaso Marinetti, aderì successivamente al movimento di Mussolini), nel decadentismo e nell'arditismo di Gabriele D'Annunzio e in numerosi altri pensatori ed azionisti politici nazionalisti che si ritrovarono nella rivista Il Regno (Giuseppe Prezzolini, Luigi Federzoni, Giovanni Papini), molti dei quali militarono in seguito nelle fila fasciste.

Fu l'indiscutibile abilità di politico di Benito Mussolini, ex leader massimalista del Partito Socialista Italiano, convertito alla causa del nazionalismo e della Grande Guerra, a fondere la confusa congerie di idee, aspirazioni, frustrazioni degli ex combattenti reduci dalla dura esperienza della guerra di trincea, in un movimento politico che all'inizio ebbe una chiara ispirazione socialista e rivoluzionaria (vedi il programma dei fasci di combattimento del marzo 1919) e che si contraddistinse fin da subito per la violenza dei metodi impiegati contro gli oppositori.

La crisi economica del dopoguerra, la disoccupazione e l'inflazione crescenti, la smobilitazione dell'esercito (che restituì alla vita civile migliaia di persone), i conflitti sociali e gli scioperi nelle fabbriche del nord, l'avanzata del partito socialista divenuto il primo partito alle elezioni del 1919, crearono, negli anni 1919-1922, le condizioni per un grave indebolimento delle strutture statali e per un crescente timore da parte dei ceti agrari e industriali di una rivoluzione comunista in Italia sul modello di quella in corso in Russia.

In questa situazione fluida, Mussolini colse l'occasione e, abbandonando rapidamente il programma socialista e repubblicano, si pose al servizio della causa antisocialista; le milizie fasciste, appoggiate dai ceti possidenti e da buona parte dell'apparato statale che vedeva in lui il restauratore dell'ordine, lanciarono una violenta offensiva contro i sindacati e i partiti di ispirazione socialista (ma anche cattolici), in particolar modo nel nord d'Italia (Emilia Romagna, Toscana in particolar modo), causando numerose vittime nella sostanziale indifferenza delle forze dell'ordine. Le violenze furono nella gran parte dei casi provocate dagli squadristi fascisti, che sempre più apertamente furono appoggiati da Dino Grandi, l'unico reale competitore di Mussolini per la leadership all'interno del partito, che nel congresso di Roma del 1921 si fece da parte e diede via libera al futuro Duce.

1920: A Trieste i fascisti incendiarono la Narodni Dom (Casa Nazionale), centro culturale degli Sloveni
1920: A Trieste i fascisti incendiarono la Narodni Dom (Casa Nazionale), centro culturale degli Sloveni

La violenza crebbe considerevolmente negli anni 1920-22 fino alla Marcia su Roma (28 ottobre 1922). Di fronte all'avanzata di milizie fasciste mal armate e guidate su Roma, il Re Vittorio Emanuele III di Savoia, preferendo evitare ogni spargimento di sangue decise di affidare l'incarico di Presidente del Consiglio a Mussolini, che in quel momento aveva in Parlamento non più di 22 deputati. Vittorio Emanuele mantenne sempre il controllo dell'esercito: se avesse voluto, avrebbe potuto senza problemi cacciare da Roma Mussolini e le forze fasciste, inferiori in tutto alle guarnigioni di stanza nella capitale; quindi non si può parlare, a rigor di termini, di colpo di stato in quanto Mussolini ottenne il governo legalmente, con un incarico (quantunque oggetto di molte e profonde critiche) del sovrano.

Da primo ministro, i primi anni di Mussolini (1922-1925) furono caratterizzati da un governo di coalizione, composto da nazionalisti, liberali e popolari, che non assunse fino al delitto Matteotti connotati dittatoriali. In politica interna Mussolini favorì la completa restaurazione dell'autorità statale, con l'inserimento dei fasci di combattimento nell'interno dell'esercito (fondazione nel gennaio 1923 della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) e la progressiva identificazione del Partito in Stato. In politica economica e sociale vennero emanati provvedimenti che favorivano i ceti industriali e agrari (privatizzazioni, liberalizzazione degli affitti, smantellamento dei sindacati).

Nel luglio 1923 venne approvata una nuova legge elettorale maggioritaria, che assegnava due terzi dei seggi alla coalizione che avesse ottenuto almeno il 25% dei suffragi, regola puntualmente applicata nelle elezioni del 6 aprile 1924, nelle quali il “listone fascista” ottenne uno straordinario successo, agevolato anche dai brogli, dalle violenze e dalle intimidazioni contro gli oppositori.

L'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva chiesto l'annullamento delle elezioni per le irregolarità commesse, provocò una momentanea crisi del governo Mussolini. La debole risposta delle opposizioni (secessione dell'Aventino), incapaci di trasformare il loro gesto in un'azione antifascista di massa, non fu sufficiente ad allontanare le classi dirigenti e la Monarchia da Mussolini che, il 3 gennaio 1925, ruppe gli indugi e, con un noto discorso nel quale assumeva su di sé l'intera responsabilità del delitto Matteotti e delle altre violenze squadriste, di fatto proclamò la dittatura, sopprimendo ogni residua libertà e completando l'identificazione assoluta del Partito Nazionale Fascista con lo Stato. Per l'effettiva realizzazione di uno stato dittatoriale - ossia per vedere formalmente inserite all'interno dello Stato italiano organizzazioni e istituzioni derivate dal Partito Fascista - occorrerà attendere la costituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo, avvenuta il 9 dicembre 1928. Pur potendo essere definito un regime dittatoriale il regime conservò in vigore lo Statuto del Regno - c.d. Statuto Albertino - piegandolo però alle sue esigenze.

Dal 1925 fino alla metà degli anni trenta il fascismo non conobbe che pochi ed isolati oppositori, seppur memorabili (in buona parte comunisti come Antonio Gramsci, socialisti come Pietro Nenni, demo-liberali come Giovanni Amendola, liberali come Piero Gobetti), molti dei quali pagarono con la vita, l'esilio, pene detentive o il confino il loro rifiuto del fascismo. La stragrande maggioranza degli italiani, anche quella vicina al partito popolare, trovò un modus vivendi con la nuova situazione, vedendo forse in Mussolini un baluardo contro il materialismo e il socialismo e soprattutto contro il disordine economico successivo alla guerra '15-18: da parte sua, il fascismo italiano non esercitò mai una grande opera di indottrinamento della popolazione come quella intrapresa dal nazismo in Germania, ma piuttosto, come il franchismo spagnolo, si limitò nella maggior parte dei casi ad esigere solo una partecipazione di facciata.

Tale situazione venne favorita dal riavvicinamento con la Chiesa Cattolica, che culminò nel Concordato dell'11 febbraio 1929, con cui si chiudeva l'annosa questione dei rapporti tra Stato e Chiesa aperta nel 1870 dalla breccia di Porta Pia e che restituiva al cattolicesimo il ruolo di religione di Stato.

Inoltre è proprio a questo periodo che risalgono i notevoli risultati del regime nel campo dei lavori pubblici e delle politiche sociali, che giovarono al regime stesso altissimi consensi: sono gli anni, infatti, della bonifica delle paludi pontine e dell'appoderamento delle vaste aree del latifondo paludoso-malarico a favore delle famiglie degli strati più indigenti tra gli ex combattenti del primo conflitto mondiale, gli anni che danno inizio alla politica delle bonificazioni e delle fondazioni delle "città nuove" rurali che, oltre al consenso popolare, donarono un'ampia visibilità internazionale al regime.

In politica estera Mussolini, dopo l'incidente di Corfù del 1923, per un lungo periodo non si discostò dall'obiettivo del mantenimento dello status quo in Europa con una politica prudente e scevra da avventure militari, nonostante la retorica nazionalista. L'Italia mantenne ottime relazioni con Francia e Inghilterra, collaborò al ritorno della Germania nel sistema delle potenze europee pur nei limiti del Trattato di Versailles, tentando altresì di estendere la sua influenza verso i Paesi sorti dallo sfacelo dell'Impero austro-ungarico (Austria e Ungheria) e nei Balcani (Albania, Grecia) in funzione anti-jugoslava. L'Italia fu inoltre uno dei primi paesi europei a stabilire nel 1929 relazioni diplomatiche con l'Unione Sovietica. Nel 1934 Mussolini si erse a difensore dell'indipendenza dell'Austria contro le mire annessionistiche della Germania hitleriana, sebbene l'avvicinamento italiano col Paese confinante, che il Duce portò sino alla personale amicizia col cancelliere Dolfuss (ucciso appunto dai tedeschi), non avesse secondo alcuni obiettivi tanto differenti.

L'affermazione del nazismo in Germania ed il successo di Hitler negli anni 1934-36, di fronte alla sostanziale inazione delle democrazie occidentali, convinsero Mussolini che vi fosse per l'Italia l'opportunità di espandere ulteriormente il suo prestigio e le sue conquiste territoriali, pur con un apparato industriale gracile e provato dalla crisi economica del 1929 e con un esercito arretrato e mal equipaggiato. Nel 1935 l'Italia, con un pretesto invase l'Etiopia, che venne rapidamente conquistata (maggio 1936: proclamazione dell'Impero).

Le forze armate italiane disponevano di un vasto arsenale di granate e bombe da aeroplano caricate a iprite, sostanza che a volte fu anche spruzzata dall'alto come un “insetticida” su combattenti e villaggi. Fu Mussolini in persona ad autorizzare l'impiego di questi armi: «Roma, 27 ottobre '35. A S.E. Graziani. Autorizzato gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico et in caso di contrattacco.» «Roma, 28 dicembre '35. A S.E. Badoglio. Dati sistemi nemico autorizzo V.E. all'impiego anche su vasta scala di qualunque gas et dei lanciafiamme. Mussolini». (Mussolini e i generali italiani cercarono di avvolgere nella massima segretezza le operazioni della guerra chimica, ma i crimini dell'esercito fascista furono rivelati al mondo dalle denunce della Croce Rossa internazionale e di alcuni osservatori stranieri. La reazione italiana fu – per ben 19 volte - il bombardamento “per errore” delle tende della Croce Rossa poste nelle vicinanze di accampamenti militari etiopici. La prima di queste incursioni – autorizzate da Mussolini in persona - avvenne nel dicembre 1935 e colpì una struttura gestita dagli Svedesi, dove si contarono 29 morti e 50 feriti.) Gli ordini impartiti da Mussolini furono molto chiari: «Roma, 5 giugno 1936. A S.E. Graziani. Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi. Mussolini.» «Roma, 8 luglio 1936. A S.E. Graziani. Autorizzo ancora una volta V. E. a iniziare et condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici. Senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma. Mussolini.» La parte preponderante dell'opera di repressione fu compiuta dagli Italiani, che oltre alle bombe a iprite, istituirono lager, impiantarono forche pubbliche, uccisero gli ostaggi, mutilarono i corpi dei nemici. Graziani ordinò di uccidere i guerriglieri catturati gettandoli dagli aerei in volo. Molti militari italiani si fecero riprendere dai fotografi accanto ai cadaveri penzolanti dalle forche o accoccolati intorno a ceste piene di teste mozzate. Qualcuno, con “fascistico orgoglio”, si mostrò sorridente ai fotografi mentre teneva in mano, per i capelli, uno di questi lugubri trofei. Un episodio dell'occupazione italiana in Etiopia fu la strage di Addis Abeba del febbraio 1937, seguita a un attentato dinamitardo contro Graziani. Nel corso di una cerimonia ufficiale esplose una bomba. La rappresaglia fu immediata e crudele. I circa trecento Etiopi presenti alla cerimonia furono trucidati e, subito dopo, le camicie nere della Milizia fascista si riversarono nelle strade di Addis Abeba dove seviziarono e uccisero tutti gli uomini, le donne, i vecchi e i bambini che incontrarono nel loro cammino; incendiarono case, impedendo agli abitanti di uscirne; organizzarono esecuzioni in massa di gruppi di 50-100 persone. (I dati riportati sono ricavati da un documentario storico prodotto dalla BBC nel 1989 (Fascist legacy) e dalle seguenti opere: Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. IX, Milano 1981, Angelo Del Boca, Giorgio Rohat e altri, I gas di Mussolini, Roma 1996.)

Pochi mesi dopo l'Italia fascista si schierò coi franchisti nella guerra civile spagnola, inviando anche un corpo di spedizione di 20'000 uomini. Lungi dal rafforzare economicamente il paese, queste imprese indebolirono il consenso al regime gettando i primi semi del risentimento popolare, e in politica estera lo allontanarono da Francia e Inghilterra spingendolo ad allinearsi in maniera crescente con la Germania nazista (1936: Asse Roma-Berlino, 1937: Patto Anticomintern comprendente anche l'Impero giapponese; 1938: acquiescenza di Mussolini all'annessione dell'Austria; 1939: Patto d'Acciaio in funzione offensiva). Nel 1938 Mussolini fece promulgare dal Re le leggi razziali antisemite, che non avevano precedenti in Italia e che furono applicate senza entusiasmo. Nel marzo 1939, senza alcuna vera ragione, ordinò l'occupazione dell'Albania già saldamente nella sfera d'influenza italiana, ponendovi come governatore (viceré) il genero Galeazzo Ciano.

Nonostante le clausole del Patto d'Acciaio (assistenza automatica in caso di guerra), nel settembre 1939 Mussolini si dichiarò non belligerante, ma nel giugno 1940, contro la volontà di gran parte delle gerarchie fasciste, entrò in guerra contro Francia ed Inghilterra, fidando nella rapida vittoria tedesca. L'impreparazione dell'esercito e l'incapacità dei suoi comandanti condussero a terribili sconfitte su tutti i fronti (Grecia 1940) e alla rapida perdita delle colonie dell'Africa Orientale (1941) e della Libia (1943), creando un indebolimento delle difese che aprì le porte all'invasione della Sicilia.

Il 25 luglio 1943 una manovra ordita da parte di alcuni importanti gerarchi (Grandi, Bottai e Ciano) con l'appoggio del Re, si tradusse in un famoso Ordine del giorno presentato al Gran Consiglio del Fascismo col quale si chiedeva al Re di riprendere il potere, e portò all'arresto di Mussolini e all'improvviso crollo del fascismo, che si dissolse tra il giubilo della popolazione; ma la caduta di Mussolini non preludeva alla conclusione della guerra, che si protrasse per alcune settimane nella crescente ambiguità del nuovo governo Badoglio.

La Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.)

Per approfondire, vedi la voce Repubblica Sociale Italiana.

La nascita della Repubblica sociale

Il 12 settembre, Hitler inviò una squadra di paracadutisti sul Gran Sasso per liberare Mussolini dalla prigionia e condurlo in Germania. Dopo aver incontrato Hitler, Mussolini fu trasferito in un castello della Baviera, sorvegliato da un plotone di SS e da dodici ispettori in borghese della Gestapo; un telefono militare permetteva di comunicare solo con il quartier generale di Hitler e con Roma. Con un discorso alla radio, il 18 settembre Mussolini annunciò la nascita di un nuovo governo fascista; nei giorni successivi procedette alla designazione dei ministri, che si riunirono per la prima volta il 27 settembre, a Rocca delle Caminate (nei pressi di Predappio, in Romagna), in presenza di un funzionario nazista. Dopo due mesi il nuovo governo definì la sua denominazione, Repubblica Sociale Italiana (RSI). Qualche tempo dopo alcuni dei firmatari dell'ordine del giorno che fece cadere il fascismo il 25 luglio, furono processati e riconosciuti colpevoli di alto tradimento. Galeazzo Ciano,(il marito della figlia di Mussolini, Edda), Emilio De Bono, anziano quadrunviro della "marcia su roma",Luciano Gottardi e Carlo Pareschi, furono fucilati alla schiena nella fortezza di San Procolo appena fuori Verona.

Bandiera di combattimento delle Forze Armate della RSI
Bandiera di combattimento delle Forze Armate della RSI

La nuova entità politica fu ribattezzata nel linguaggio popolare “Repubblica di Salò”, ma in realtà non ebbe una vera e propria capitale, perché i tedeschi stabilirono la sede dei diversi ministeri a Salò, ma anche in altre località turistiche sul lago di Garda (Gardone, Maderno) e in alcune città della Lombardia e del Veneto (Cremona, Brescia, Treviso, Venezia e Padova). (L'equivoco su Salò nacque perché in quella località risiedeva il Ministero della cultura popolare, per cui i comunicati della radio fascista contenevano spesso la formula “Da Salò vi parla…”.) A Mussolini e alla sua famiglia fu assegnata una villa a Gargnano sul Garda, non lontano dal Vittoriale, la sontuosa residenza che era appartenuta a D'Annunzio, e nella quale andò a stabilirsi Claretta Petacci, l'amante di Mussolini.

Il programma politico della R.S.I. e i rapporti con la Germania

Mussolini e i fascisti che lo seguirono nell'impresa di Salò (ribattezzati “repubblichini” dai loro avversari) tentarono di far rinascere il regime su nuove basi. Il programma in 18 punti della R.S.I., discusso al congresso di Verona del novembre 1943, ripropose un regime a partito unico (art. 5), razzista e antisemita (art. 7, «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica»). La novità stava nel carattere repubblicano del nuovo stato fascista (art. 1), negli ampi spazi previsti per le consultazioni popolari (artt 2-4) e in un programma sociale che conteneva alcuni elementi di anticapitalismo (artt. 9 e sgg.), tanto che si è parlato di un ritorno al fascismo delle origini (quello del programma di Piazza san Sepolcro).

In realtà molte delle nuove parole d'ordine erano destinate a rimanere pura esercitazione verbale, anche perché la Repubblica sociale non fu un vero e proprio stato indipendente, ma un governo collaborazionista, in tutto simile a quelli sorti in altre parti d'Europa dopo le invasioni tedesche. Hitler non esitò a mutilare il territorio nazionale italiano, annettendo alla Germania alcune aree ex asburgiche (province di Trento, Bolzano, Belluno, Udine, Gorizia, Trieste, Pola e Fiume) e, nei territori che avrebbero dovuto essere di giurisdizione della Repubblica sociale, sia l'amministrazione civile sia le operazioni belliche restarono sotto il controllo ferreo dell'autorità militare tedesca.

Il contributo militare alla guerra nazista

La Repubblica di Salò non ebbe neppure una forza armata unitaria, in parte per volontà dei tedeschi (il generale Keitel aveva dichiarato che “il solo esercito che non ci tradirà è un esercito che non esiste”), in parte a causa delle divisioni esistenti tra i capi dei vari corpi armati, in competizione tra loro per accaparrarsi privilegi e fette sempre più ampie di potere. I “ras” della Repubblica erano il Ministro degli Interni Buffarini Guidi, che controllava le forze di polizia; Renato Ricci, capo della Milizia fascista, divenuta Guardia nazionale repubblicana; il segretario del partito Alessandro Pavolini, che nell'estate del '44 fondò una nuova milizia di partito, le Brigate nere; il generale Rodolfo Graziani, Ministro della guerra e capo dell'esercito della Repubblica sociale. Ma all'interno dell'esercito alcuni reparti agivano in modo sostanzialmente autonomo; in particolare, fu espressamente indipendente dai comandi di Graziani l'ex reparto speciale della Marina regia denominato Decima Mas, che, ai comandi del principe Junio Valerio Borghese, dopo l'8 settembre si era alleato direttamente ai Tedeschi, sottraendosi all'autorità del governo della Repubblica di Salò. A queste sparse formazioni armate vanno infine aggiunte le SS italiane, formalmente inquadrate nelle forze militari tedesche.

I corpi armati della Repubblica di Salò non furono utilizzati al fronte, nella guerra contro gli Alleati, con l'unica eccezione della X MAS di Borghese. Il loro compito principale fu quello di compiere rastrellamenti nelle zone “infestate” dai partigiani, sempre sotto la direzione dei comandi militari tedeschi. La lotta contro la resistenza partigiana fu attuata anche da una serie di bande di squadristi, che operavano in alcune città italiane con il supporto dei tedeschi e del Ministero degli interni della Repubblica sociale. Le più famigerate di queste formazioni furono la Legione autonoma Muti di Franco Colombo (a Milano), la "Silvio Parodi" (a Genova) la banda Carità (prima a Firenze, poi a Padova) e la banda Koch (prima a Roma, poi a Firenze, infine a Milano). Queste formazioni erano composte da individui feroci e senza scrupoli, spesso dediti al consumo di cocaina, che approfittavano della guerra per compiere vendette personali, arricchirsi personalmente con furti e rapine, e sfogare i propri istinti sadici sulle donne e gli uomini finiti nelle loro mani. In ognuna delle città in cui queste bande spadroneggiarono (con il sostegno del Ministero degli Interni della R.S.I., Buffarini Guidi) comparvero le famigerate “ville tristi”, luoghi di ritrovo per gli squadristi, ma anche centri di detenzione e tortura per i sospetti partigiani; a Roma era tristemente celebre anche la prigione nazista di via Tasso, dove le “indagini” venivano svolte dalle SS. A una di queste formazioni – la banda Koch – si unirono anche due celebri attori dell'epoca (Osvaldo Valenti e Luisa Ferida), attratti dalla larga disponibilità di cocaina e dalla possibilità di sperimentare “emozioni forti”.

Il contributo alla deportazione degli ebrei italiani

Dopo l'8 settembre i nazisti avviarono in Italia l'opera di rastrellamento e deportazione degli ebrei nei campi di sterminio, uno dei quali si trovava vicino Trieste, nella Risiera di San Sabba. A Roma la deportazione cominciò il 16 ottobre, quando le SS rastrellarono più di mille ebrei (dopo che il comandante Kappler aveva estorto dalla comunità ebraica romana un cospicuo riscatto in oro, con la fraudolenta promessa di sottrarla alla deportazione).

I fascisti della Repubblica sociale collaborarono attivamente alla deportazione in tre modi:

  • il 30 novembre 1943 decretarono l'arresto degli ebrei di tutte le nazionalità, il loro internamento in campi di prigionia e il sequestro (poi tramutato in confisca) di tutti i loro beni (Ordine di polizia n. 5 del Ministero dell'Interno della Repubblica sociale italiana);
  • istituirono una rete di campi di internamento per gli ebrei arrestati, il più importante dei quali fu il campo nazionale di Fossoli in provincia di Reggio Emilia, allestito nel dicembre 1943 e trasferito a Bolzano nell'agosto 1944;
  • a partire dal 5 febbraio 1944 i fascisti italiani consegnarono ai tedeschi gli ebrei arrestati e confinati a Fossoli. I convogli partiti da Fossoli finirono a Bergen Belsen e Auschwitz, dove gli scampati furono solo poche centinaia.


Il 25 aprile 1945 la liberazione del nord Italia e la fucilazione di Mussolini e della compagna Claretta Petacci, con l'esposizione successiva dei cadaveri appesi a piazzale Loreto a Milano, segnarono la fine della guerra e del fascismo in Italia. Nonostante il divieto della Costituzione Repubblicana, movimenti fascisti sopravvissero per nostalgia anche dopo la guerra, in perticolare nei "partitini monarchici" e soprattutto nel Movimento Sociale Italiano di Arturo Michelini: molti ex-ministri fascisti e notabili del partito si riciclarono poi nella neonata Democrazia Cristiana, che vinse le elezioni del 1948 con una maggioranza schiacciante e governò l'Italia per decenni. Il MSI ridusse nel 1994 i legami col movimento mussoliniano e si trasformò in Alleanza Nazionale durante un congresso a Fiuggi. Un gruppo di irriducibili nostalgici, legati all'ex-segretario e combattente della Rsi, Pino Rauti, si staccarono allora da AN (proprio in occasione del Congresso di Fiuggi) e fondarono il partito della Fiamma Tricolore. Attualmente, dopo alcune vicende personali, Rauti ha lasciato anche questo movimento per fondarne uno nuovo (Mis, Movimento idea sociale). Nel frattempo, la nipote del duce Alessandra Mussolini lascia AN, in aperta polemica col suo presidente Gianfranco Fini, il quale aveva preso le distanze dalle posizioni legate al fascismo e alla figura di Mussolini (sino a poco tempo prima da lui stesso definito come "Il più grande statista del XX secolo"). La Mussolini fonda così un proprio partito (As, Alternativa sociale) nel quale confluiscono i due movimenti neofascisti e nazionalisti di Forza nuova e Fronte sociale nazionale.

Il Fascismo nel mondo

Il precedente Russo

Secondo alcuni storici, la prima vera forma di fascismo, precedente a quello italiano e tedesco, risale ai cosiddetti "Cento Neri", squadre paramilitari di destra attive ai primi del Novecento in Russia.

Di fronte al crescente movimento operaio rivoluzionario, il manifesto zarista dell'ottobre 1905 prometteva nuove istituzioni democratiche.

A due settimane dal manifesto, ci furono 690 pogrom. Il regime dello zar Nicola II organizzò i pogrom, finanziò il volantinaggio di propaganda e i pogrom dei "Cento Neri" che, senza le reazioni della polizia, deportarono circa 3.000 Ebrei. L'ondata di terrore doveva anche abbassare i toni del movimento protagonista della Rivoluzione Russa.

Le derivazioni del caso italiano

Quando in Italia iniziò il potere del partito fascista il resto dell'Europa (comprese Francia e Regno Unito) non guardava con sfavore il regime di Mussolini, vedendo in lui un forte antagonista al bolscevismo sovietico e un argine contro l'eversione. Perciò non mancarono in Europa (e non solo) movimenti fascisti e filofascisti. Il più famoso era il NSDAP (NationalSozialistische Deutsche ArbeiterPartei-partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori) di Adolf Hitler, che seppur avendo molte ideologie in comune con il fascismo, soprattutto il nazionalismo ed il socialismo nazionale, all'inizio non aveva attratto particolari simpatie presso gli uomini del fascismo italiano; lo stesso Mussolini definì il "Mein Kampf" un testo illeggibile. Successivamente, nonostante le iniziali divergenze il duce in parte per le ideologie comuni e in parte per motivi strategici, portò l'Italia nel novero degli alleati della Germania nazista.

Nel resto d'Europa, come già detto, furono molti i movimenti fascisti e filofascisti che, soprattutto nell'Europa orientale, salirono anche al potere.

In Austria ci fu il "Fronte Patriottico", fondato da Engelbert Dollfuss, che salì al potere nel 1932; nel 1933 sciolse gli altri partiti e ne fece arrestare i deputati instaurando un breve regime conservatore e autoritario. Essendo un regime apertamente nazionalista e filofascista stipulò con l'Italia un patto di alleanza, ma, contrario all'Anschluss, fu decisamente antinazista - si può dire che fu per Hitler quello che il Maresciallo Tito fu per Stalin. Nel 1934 Engelbert Dollfuss fu ucciso durante un tentativo di colpo di stato da parte di nazisti austriaci. La politica di Dollfuss fu portata avanti ancora dal suo collaboratore Kurt von Schuschnigg fino all'annessione (1938) dell'Austria al Terzo Reich. Questo forma del facismo si chiama Austrofascismo.

In Bulgaria il re Boris III nel 1934 resse un regime autoritario apartitico volto ad evitare il coinvolgimento delle masse nella politica.

In Grecia salì al potere il generale Joannis Metaxas che, aboliti i partiti, simpatizzò per l'Asse. Il grave errore di Mussolini (sia strategico che politico nonché foriero di gravi conseguenze) di attaccare la Grecia costrinsero Metaxas a schierarsi con i nemici del fascismo.

In Polonia, minacciata dall'U.R.S.S., si diffuse un forte sentimento anti-comunista, ma avendo una tradizione antitedesca, a Varsavia si istaurò un regime non nazista seppur autoritario.

In Romania, per difendere il paese dal comunismo, fu fondata una milizia nota come le "Guardie di ferro", di cui era comandante Corneliu Zelea Codreanu, che aiutò il re Carol ad instaurare una dittatura.

In Ungheria, l'ammiraglio Horty guidò la controrivoluzione (il partito comunista aveva preso il potere nel marzo del 1919) schierandosi con le Potenze dell'Asse.

In Spagna dopo la lunga guerra civile (1936-1939), Francisco Franco e il suo partito la Falange spagnola, apertamente fascista, fondò un regime cattolico e tradizionalista durato sino al 1972. Quando era ancora in vita, il Caudillo nominò Juan Carlos I di Borbone suo legittimo erede alla guida della Spagna, il quale condusse il suo paese verso un ritorno alla democrazia in maniera graduale e pressoché indolore.

In Portogallo, a partire dal 1932, sulla scia della dittatura militare instaurata pochi anni prima dal generale Carmona, il primo ministro António de Oliveira Salazar in breve tempo creò un regime che, ispirato ai principi del fascismo di matrice italiana, attraversò indenne la II Guerra Mondiale. La dittatura cessò nel 1974, nel corso della cosiddetta "Rivoluzione dei Garofani".

Anche in altri paesi erano presenti dei movimenti fascisti: in Gran Bretagna le Camicie Nere di Oswald Mosley, in Francia le Croci di Fuoco, in Belgio il Rexismo.

Le interpretazioni del Fascismo

Per approfondire, vedi la voce Le interpretazioni del fascismo.

All'interno della vasta critica storica sul Fascismo, è possibile individuare varie interpretazioni, tra cui:

  • quella liberale di Benedetto Croce, che considera il Fascismo come una "parentesi" della storia italiana, una "malattia morale" a seguito della Grande Guerra;
  • quella democratico-radicale, che considera il Fascismo come un prodotto logico, inevitabile, degli antichi mali del nostro paese;
  • quella di tradizione marxista, che considera il Fascismo come un prodotto della società capitalista e della reazione della grande borghesia contro il proletariato;
  • quella revisionista di Renzo De Felice, che intende rivedere il giudizio storico tradizionale sul Fascismo.

Voci correlate

Collegamenti esterni

Wikiquote riporta una collezione di aforismi o citazioni su Fascismo.

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