VETRINA DI WIKIPEDIA
Agiografia
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Per agiografia si intende sia quella produzione letteraria che ha per oggetto i Santi, coloro che hanno praticato le virtù in grado eroico e per tale motivo riconosciute dall'autorità della Chiesa cattolica o di un'altra Chiesa cristiana (martiri, eremiti, fondatori di monasteri e di ordini religiosi ecc.); afferisce alla letteratura cristiana.
Il termine indica anche la letteratura critica su tale materia.
Duplicità di significato ed etimologia
Mentre la duplicità del significato della parola agiografia, cioè l'esposizione della vita dei santi e anche lo studio critico delle fonti agiografiche, della storia e del culto dei santi è quasi sempre presente negli studiosi moderni, qualche autore interpreta il termine in un solo senso più specifico che normalmente corrisponde alla propria posizione agiografica riguardo l'argomento come, ad esempio, il Ghǖnter e il Graus che tendono il loro interesse solamente sulla produzione letteraria e per indicarne lo studio usano il termine agiografia.
Per quanto il termine italiano derivi evidentemente da un composto greco (ἅγιος - santo e γράφειν - scrivere) il sostantivo astratto è creazione recente anche in greco: la letteratura patristica riporta infatti il solo nome collettivo ἁγιόγραφοι agiografi in sei ricorrenze (cinque in pseudo-Dionigi Aeropagita e una in Niceforo).
Tullio De Mauro riporta la prima attestazione italiana del termine al 1819.
Ma al di là di ogni etimologia o definizione la parola agiografia sottintende una infinità di temi e di problemi che fanno affrontare l'argomento da angolature diverse: partendo dalle sue origini come forma peculiare del cristianesimo oppure inserito all'interno della storia delle religioni e quindi legato alle strutture politico-sociali del momento; dalla produzione letteraria nei suoi legami con le strutture mentali della società, oppure nel suo rapporto con la cultura folkloristica o nelle sue componenti inconsce; dal concetto di santità cristiana nelle sue diversificazioni storiche con particolare accento sul rapporto tra santità "popolare" e santità riconosciuta dalla Chiesa.
Tipi di narrazione
Tra le forme più diffuse troviamo le
biografie (vita, legenda, historia), le
raccolte di
miracoli (mirabilia) e i racconti della
traslazione dei resti mortali o delle
reliquie.
A partire dal
IV secolo, i testi agiografici vennero composti in
greco, in lingua
latino e in
russo su fonti
bizantine, per raccontare appunto le vite dei santi
e celebrare le loro azioni miracolose. A partire dal
XII secolo, essi furono scritti anche in
volgare.
I documenti agiografici in ambito Occidentale
I primi documenti agiografici in Occidente si possono
far risalire al periodo delle
persecuzioni e sono compresi negli
Acta Martyrum, "Atti dei martiri" composti tra
la seconda metà del
II secolo e il
tardo medioevo. Se all'inizio gli Atti erano testi
degni di fede anche se con qualche amplificazione
retorica, più tardi, quando si affermò il culto dei
martiri, i testi divennero maggiormente elaborati con
frequenti descrizioni di fatti miracolosi e di supplizi
atroci dei martiri stessi.
Non mancano le tradizioni attendibili riferite ai
martiri più gloriosi, come
Santa Agnese,
San Lorenzo,
San Sebastiano, ma la maggior parte di essi sono nel
complesso delle rielaborazioni irriconoscibili.
In seguito alla pace costantiniana del 313 si sviluppò il culto dei martiri dando origine ad una ricca produzione agiografica che aveva intenti edificanti ma senza grande valore storico.
Durante il Medioevo l'agiografia assunse un carattere via via più fantastico dando origine a numerose leggende, come la Legenda aurea di Giacomo da Varagine nel mondo latino e il Synaxdrion di Simeone Metafraste nel mondo greco.
Nei primi secoli del Cristianesimo
L'agiografia durante i primi secoli del cristianesimo aveva più che altro un carattere devozionale.
I martirologi storici
A partire dal
II secolo o dal
IV, le più importanti
Chiese cristiane, come quella di
Cartagine, di
Roma e di
Antiochia, tenevano un martirologio compilato
in ogni sua parte e continuamente aggiornato: esso
consisteva in un
calendario diviso per
mesi e
giorni che riportava in date precise il nome di uno
o più santi e l'indicazione del luogo della loro morte.
Queste liste, piuttosto scarne, vennero in seguito
arricchite di tutte quelle notizie che spesso
includevano, oltre al riassunto della vita del martire o
del confessore, anche una descrizione di come era
avvenuto il suo decesso.
Sono questi i cosiddetti martirologi storici tra cui il più famoso è quello "gerolomita", compilato nel VI secolo a Roma e falsamente attribuito a San Girolomo.
Questo martirologio si rifaceva a testi redatti
precedentemente in
Italia, in
Africa e in
Gallia.
In epoca più tarda ebbero poi larga diffusione altri
martirologi, come quello di
Beda il Venerabile, di
Florus di Lione, di
Adone e quello più famoso di
Usuardo la cui composizione si fa risalire all'875
a
Parigi.
Anche in Oriente si ritrovano, sempre in questo periodo, dei testi compilati seguendo lo stesso processo anche se la forma è quella dei menologi e dei sinassari. Il più celebre tra questi è quello di Santa Sofia la "grande chiesa" di Costantino.
Le legendae
Nello stesso periodo in cui si producevano i
martirologi si assiste allo sviluppo di quella parte che
riguarda la commemorazione del santo durante la
liturgia.
Si afferma l'usanza tra il
clero di leggere, durante la
Messa, una breve storia della
vita del santo di cui si celebrava il dies
natalis, cioè l'anniversario della morte.
Nascono così le legendae che erano dei
testi divisi in brani narrativi incorporati nel
Mattutino e destinati alla lettura pubblica.
All'inizio essi vennero compilati su rifacimento dei
processi verbali stilati dalle autorità civili
riguardanti gli atti dei martiri e in seguito, seguendo
lo stesso modello, vennero redatti veri e propri
racconti.
Le passiones
Questi racconti vennero chiamati Passiones e non erano che amplificazioni romanzate delle legendae dove si dava più importanza all'immaginazione che alla storicità.
Gli autori delle Passiones non mancavano di dare dettagli sulla crudeltà dei boia e dei magistrati, sulla durezza dei supplizi e sulla serena resistenza che i servi di Dio opponevano ai loro persecutori. Spesso venivano esposti una serie di miracoli straordinari operati dal santo allo scopo di suscitare nei lettori e negli uditori spirito di emulazione e ammirazione.
Lo stile che caratterizza questi testi, con il comportamento dei santi presentato in modo stereotipato secondo i modelli di tanti panegirici antichi, caratterizzerà l'agiografia fino alla fine del Medioevo.
Nell'era carolingia
Se la Chiesa romana fino all'VIII secolo ebbe una certa reticenza di fronte alle Passiones, nell'epoca carolingia, con lo svilupparsi del culto delle reliquie, le fonti narrative dei santi entrarono di diritto nella liturgia rendendo così difficile, dopo l'anno 900, la distinzione tra quei testi prodotti per la celebrazione dell'Ufficio liturgico e i "romanzi" agiografici.
La maggior parte dei testi di questo periodo non hanno molto di originale e si ispirano ad alcuni testi di valore come la Vita di San Martino di Sulpicio Severo o la Vita di San Benedetto che si ritrova nei Dialoghi di Gregorio Magno.
Non bisogna tuttavia disconoscerne completamente
l'importanza soprattutto per l'influenza che ebbero
alcuni testi di origine orientale, come le
Vitae Patrum (le Vite dei Padri del deserto
d'Egitto) o la
Storia Lausiaca del
Palladio.
Lo scopo comune di queste opere era quello di esaltare
la pratica dell'ascetismo
e di presentare il Vir Dei (l'uomo di Dio) come
profeta e
taumaturgo che compiva i
miracoli per il potere che aveva acquisito con il
digiuno, la
mortificazione e la
preghiera.
Dopo l'anno Mille
Risalgono all'anno
Mille le più celebri raccolte di miracoli prodotte
in numero sempre maggiore in precisi
santuari. Esse servivano a vantare il potere del
santo di cui si custodivano le reliquie e ad attrarre
così più numerosi i
pellegrini e quindi le loro offerte.
Si ricorda Il libro dei miracoli di santa Foy che
sembra risalire al
1035 e Il libro dei miracoli di san Giacomo di
Campostela che risale all'inizio del
XII secolo.
In questo stesso periodo sono numerosi quei racconti
nati intorno al ritrovamento ed alla traslazione delle
reliquie dovuta sia alle invasioni
normanne e
saracene del
X secolo che provocarono spostamenti frequenti delle
reliquie stesse, sia all'iniziativa presa da alcuni
vescovi per rafforzare la loro potenza sulla città.
Tra il XII e il XIV secolo i testi agiografici subiscono in Occidente una notevole evoluzione.
La diversa concezione della santità
A mutare il carattere di questi testi vi è l'insorgere di una concezione diversa della santità.
Il santo era sempre un eroe ma doveva essere soprattutto un modello da imitare da parte dei monaci, del clero e dei laici. Pertanto, mentre nell'Alto Medioevo i santi erano per lo più nobili o reputati tali, nel XII secolo emersero in Italia figure di santi che possedevano umili origini. Si ricorda ad esempio sant'Omobono (morto nel 1197) che era un semplice sarto di Cremona e che venne canonizzato da Innocenzo III nel 1199.
Con lo sviluppo, inoltre, della spiritualità penitenziale, il santo diventa un essere perfetto mediante una conversione, tanto più importante se costui era stato precedentemente un peccatore come nel caso di Maria Maddalena, Pelagio o Agostino.
Con l'influsso dei monaci
cistercensi ed in particolare degli
Ordini mendicanti, la dimensione pastorale
dell'agiografia si andò accentuando e con le "Vite dei
santi" si cerca di dare dei modelli di comportamento ai
fedeli in un epoca in cui le masse erano attratte dai
catari e dai
predicatori valdesi.
Tra i testi più significativi di questo periodo vi è la
Vita della beghina Maria di Oignies (morta nel
1213) che fu composta nel
1215 da
Giacomo di Vitry che diventerà in seguito vescovo e
cardinale.
Le prime raccolte di miracoli
A partire dal
1230 circa si iniziò a considerare la perfezione dei
santi non tanto dai miracoli fatti ma dallo stile di
vita che doveva concludersi in un processo di imitazione
di
Cristo anche nelle caratteristiche fisiche, come nel
caso di
San Francesco.
Fu questo il primo santo
stimmatizzato del quale vennero scritti, tra il
1229 e il
1255, la vita e i miracoli.
I testi prodotti in questo periodo cambiano stile e diventano delle vere e proprie raccolte di miracoli non più legati ad un santuario ma a un santo, una santa, alla Madonna oppure, come nel caso delle opere Dialogus miraculorum del cistercense Cesare di Heisterbach e Vitae fratrum del frate domenicano Gerardo di Frachet, ad un Ordine religioso o a un sacramento come l'Eucarestia.
I Flores Sanctorum
Alcuni domenicani, come Giacomo da Mailly e Bartolomeo da Trento, compilarono dei compendi di leggende, chiamati Flores Sanctorum, da mettere a disposizione del clero parrocchiale essendo difficile poter accedere ai "leggendari" posseduti dalle abbazie e decorati con magnifiche miniature.
La legenda aurea del domenicano
Giacomo da Varagine, che venne composta verso il
1260 in Italia fu senza dubbio il più importante di
questi testi.
L'opera ebbe molto successo fino alla metà del
XVI secolo e, nel corso del
XIV secolo fu tradotta in tutte le lingue del mondo
cristiano (esistono ancora oggi oltre mille
manoscritti latini di quest'opera).
Essa vene utilizzata sia dagli
ecclesiastici per i loro
sermoni, sia dai
laici come lettura edificante e divenne anche fonte
di ispirazione per molti artisti per le
iconografie dei santi negli ultimi secoli del
Medioevo.
Le biografie mistiche
Durante il XIII e l'inizio del XIV secolo apparvero
delle vere biografie mistiche che cercavano di
ricostruire la vita interiore dei santi con tutte le più
rilevanti manifestazioni della loro devozione.
Esempi significativi di questo genere di testi furono,
nel
XIII secolo, le vite delle sante beghine dei
Paesi Bassi e in Italia quella di
Santa Margherita da
Cortona e di
Santa Caterina da Siena.
Alla fine del Medioevo la letteratura agiografica era diffusa in ogni ambiente e comprendeva spesso anche delle favole su personaggi misteriosi e delle biografie spirituali.
Questi testi, così numerosi e non ancora completamente inventariati per quanto riguarda la produzione in lingua volgare, costituiscono uno strumento assai prezioso per comprendere e analizzare la spiritualità e la mentalità del Medioevo.
I documenti agiografici in ambito bizantino
L'agiografia bizantina è composta da numerosi testi che appartengono a differenti generi letterari che hanno però la comune caratteristica di commemorare e glorificare i santi.
Periodo protobizantino
Prima della cristianizzazione dell'Impero, nel
periodo protobizantino, la produzione di testi
agiografici, man mano che si sviluppava il culto dei
santi, fu enorme.
I
generi letterari che si distinguono sono gli
elogi, le
vite dei santi, le
raccolte di miracoli, la descrizione del
ritrovamento e traslazione delle reliquie e non manca la
poesia liturgica come le
kontakia del VI secolo appartenenti a
Romano il Melode.
A seconda dei tipi di santità celebrata venivano dedicati scritti di forma differente.
Ai martiri venivano dedicati gli "Atti" (praxeis) o le "Passioni" (martyrion). A volte questi scritti assumevano forme di testo diverse, come nel caso del martirio di Policarpo o nel martirio dei cristiani di Lione redatti sotto forma di lettere.
Ai santi monaci o ai santi vescovi venivano invece
dedicate le "Vite" (bios, bios kai politeia) che
potevano subire una ulteriore variante secondo il tipo
di vita monastica seguita.
Come esempio si può riportare la "Vita di
Sant'Antonio Abate" scritta da
Atanasio che già dal IV secolo ci forniva un
classico esempio di vita
anacoretica, oppure opere, come la "Vita di
Pacomio" o la "Vita di
san Dositeo", più
cenobitiche.
Non mancano tra queste opere alcuni esempi di
stilicismo dove sono rappresentate alcune forme
spettacolari dell'ascesi: Vita di Simeone lo Stilita
il Vecchio del V secolo o quella di Simeone il
Giovane del VI secolo.
La storicità dei documenti
Una distinzione deve essere poi fatta sulla base della storicità dei documenti. Mentre infatti alcuni "Atti" dei martiri hanno buone garanzie di essere autentiche, altri fanno parte della categoria delle Passioni leggendarie.
Anche l'agiografia monastica produsse accanto a narrazioni di carattere storico anche quelle che avevano come unico scopo quello di evidenziare e "pubblicizzare" un certo tipo di santità da un capo all'altro della cristianità. Si può ricordare come esempio la Vita di San Pelagio nel VI secolo e la Vita di Maria Egiziaca nel VII secolo.
La maggior parte delle opere prodotte sono anonime o pseudoepigrafiche ma alcuni agiografi meritano di essere ricordati, come Cirillo di Scitopoli vissuto nel VI secolo che scrisse sette Vite di monaci di Palestina o nel VII secolo Leonzio di Neapolis con le sue due opere, Vita di Giovanni l'Elemosiniere, patriarca d'Alessandria e la Vita di Simeone il Folle per Cristo.
Fino alla conquista degli
Arabi la produzione di queste opere fu intensa,
creativa, geograficamente estesa e soprattutto ampia
linguisticamente venendo infatti utilizzato sia il
greco, come il
copto e il
siriaco.
Le opere, a seconda della lingua utilizzata, potevano
esrere destinate ad un pubblico colto o, molto spesso,
ad uno più umile.
Periodo mediobizantino
Nel VII secolo, con la conquista araba, inizia il periodo mediobizantino e l'Impero perde le sue province orientali che continuano però a produrre agiografie e, come nel caso di alcuni testi palestinesi scritti in lingua greca, si vengono a conoscere i nuovi martiri vittime degli arabi.
La polemica iconoclastica
La polemica iconoclastica (730-787, 815-843) ebbe indubbiamente un ruolo importante nella diminuzione della produzione agiografica nell'VIII secolo e all'inizio del IX essendo gli iconoclastici ostili a certe forme di culto dei santi.
L'iconoclastia divenne l'occasione per gli iconofili di scrivere le "Vite" di coloro che confessavano la fede nelle immagini secondo il modello delle antiche "Passioni" come la Vita di santo Stefano il giovane scritta tra le due crisi iconoclastiche.
Le Vite monastiche
In questo periodo abbondarono le Vite monastiche
e, soprattutto dopo l'843,
esse furono di ottima qualità e permettono di seguire la
storia dei grandi centri monastici.
Si ricorda la Vita di Teodoro Studita per
Costantinopoli, le vite di santi monaci stabiliti
in
Bitinia, come
san Giovannizio e nel
X secolo il
Lathros e l'Athos
tra cui la vita di
sant'Anasio di Lavra scritta dopo l'anno mille e che
è da considerarsi senza dubbio la migliore.
I manoscritti
Nel secolo IX e X a Bisanzio vennero raccolte, in grandi collezioni, le opere agiografiche dei secoli passati. Nacquero, così, dei grandi manoscritti agiografici che secondo l'ordine del calendario raccolgono le Vite dei santi.
Inoltre, la rinascita culturale che avvenne in questo periodo rese insopportabile il basso registro linguistico con cui erano state scritte queste opere che vennero riscritte in uno stile più elevato creando così il fenomeno della metafrasi. Tra i più conosciuti rappresentanti di questo nuovo genere ci fu Simeone Metafraste detto Logoteta il cui menologo, che sostituiva quello dei menologi antichi, fu molto diffuso.
Dall'XI al XV secolo
Nell'XI
secolo il modello che dominava per scrivere la vita
dei santi era ancora quello della vita monastica e tra
le più famose celebrazioni si ricordano quelle di
Michele Psello: Vita di
sant'Aussenzio e il Panegirico di Nicola.
Modelli differenti di santità
Nel frattempo comincia ad evolversi un modello di
santità differente che non condivide il cenobitismo
studita, le forme ufficiali del culto dei santi o i
rapporti tra vita
mistica e
teologia.
Il principale esponente di questa "scuola" è
Simeone il Nuovo teologo conosciuto per i suoi
scritti ma soprattutto per la sua "Vita" scritta da un
suo discepolo,
Niceta Stetato.
Nel XII secolo vicino ai santi più tradizionali continuano ad essere presenti santi originali come Neofita il Recluso, Melezio il Giovane, Leonzio di Gerusalemme e, tra i più noti, Cirillo Fileota (Vita di Nicola Kataskepenos) che era un esicasta laico, sposato e padre di famiglia che si fece monaco quando era avanti negli anni, fece dei miracoli e divenne consigliere dei grandi.
Nel XIII secolo l'impero di Nicea ricevette fama dall'imperatore Giovanni Vatatze il Misericordioso, modello di principe santo famoso per la sua carità.
Agiografia esicasta
Il XIV e l'inizio del XV secolo vedono trionfare
l'agiografia esicasta che esalta i protagonisti della
controversia esicasta.
Accolta dall'agiografia esicasta si sviluppa in questo
periodo il culto del
patriarca
Atanasio di Costantinopoli che cercò di riformare la
Chiesa all'inizio del XIV secolo e le cui reliquie hanno
compiuto delle guarigioni.
Il modello palamita
Il modello agiografico di quest' epoca è in
prevalenza
palamita.
Niceforo Gregoras, che fu uno tra i principali
avversari del movimento, si dedicò alle opere
agiografiche scivendo la vita dello zio
Giovanni di Eraclea che, da funzionario dell'Impero,
era diventato monaco ed, in seguito, vescovo vivendo in
umiltà e povertà.
Il modello del santo eroe
Negli ultimi anni dell'impero, a metà del XV secolo, nascono delle forme di santità più eroiche. Annoverato tra i santi vi è infatti Marc Eugenikos, metropolita di Efeso per aver salvaguardato il suo gregge sotto l'impero ottomano e per essersi opposto al decreto di unione di Firenze e Macario Makres che esortò al martirio i cristiani in terra d'Islam tentati dall'apostasia.
L'agiografia della fine dell'Impero bizantino, per la sua insistenza sull'ascesi, i miracoli, la preghiera interiore e il martirio, ritrova dopo secoli di conformismo sociale e politico l'entusiasmo dei primi secoli.
L'agiografia critica
L'agiografia critica è un ramo della scienza storica ed i suoi metodi sono gli stessi che si applicano agli argomenti riguardanti la storia: parte essenziale del suo compito è lo studio dei documenti e la ricerca delle fonti.
I Bollandisti
Qualunque discorso venga fatto sull'agiografia come scienza storica non può non partire dai Bollandisti (dal nome di Jean Bolland (1596-1665)) membri di un collegio di dotti gesuiti belgi, costituitosi nella metà del secolo XVII per pubblicare gli Acta sanctorum, collezione di vite dei santi, ordinati per giorno secondo il martirologio, che si dedicano a trattare scientificamente i problemi storici fondamentali della complessa disciplina.
La concezione dell'opera, che è appunto incentrata sulla raccolta ed edizione degli Acta sanctorum, è importantissima nella storia della cultura soprattutto per la continuità che permette così di distinguere le diverse epoche dell'opera ed i diversi livelli degli storici che vi hanno contribuito.
Heribert Rosweyde
Ma, prima che al Bolland, la concezione dell'opera va attribuita al gesuita Heribert Rosweyde o Roswey (1549-1629) che comprese per primo la necessità di compiere un lavoro storico sui santi, che avrebbe permesso di eliminare dalla narrazione delle loro vite tutti quegli elementi apocrifi e quelli che contrastavano con la fede.
Egli, nei Fasti Sanctorum del 1607, esponeva il piano dell'opera futura, che avrebbe dovuto essere composta in 18 volumi con lo scopo di redigere per ogni santo "vitam genuino suo penicillo decictam".
Nella prefazione dei Fasti, Rosweyde dichiarava apertamente l'importanza di uno studio storico-critico sui santi e sulle espressioni del loro culto, Vite e Passioni, nei confronti di una cultura umanistica e paganeggiante ma soprattutto nei confronti di quei protestanti, che l'autore chiama "eretici", che avevano disprezzato e schernito i santi, i martiri e i confessori.
Ma a frenare, al momento, il progetto del Rosweyde sarà proprio la Chiesa che con il cardinale Bellarmino opponeva le sue riserve rispondendo alla prefazione con alcune obiezioni e in particolare che tra le Vite di santi così come erano nella loro originaria integrità, ci fossero "multa...inepta, levia, improbabilia quae risum potius quam aedificationem pariant".
Chiaramente preoccupato per quello che una nuova impostazione nello studio dei Santi poteva comportare per la Chiesa, il Bellarmino consigliava un tipo diverso di lavoro, cioè quello di pubblicare le storie trascurate dalle prime grandi raccolte della Vita dei santi, come quelle del Lippomano o del Surio, e addirittura di pubblicare la redazione originaria di opere falsate dal Surio "modo id cum delectu et prudenter fieret".
Il Rosweyde rispose con fermezza a queste proposte e a chi obiettava "multa fabulosa et digressiones in vitis sanctorum originalibus occurrunt, quae non videntur ita edenda" rispondeva: "In hoc sequetur doctiorum judicium et censorum sententiae se conformabit. Nec enim statuit bene a Surio recisa rursus inserere, sed acta martyrum et vitas sanctorum ad germanum et genuinum stylum revocare, ut sua antiquitati et sinceritati stet fides".
Jean Bolland e Godefroid Henskens
Il merito del vero inizio della pubblicazione si deve
a Jean Bolland e a
Godefroid Henskens (1601-1681)
che nel
1643 esposero nella prefazione al I volume di
gennaio degli Acta Sanctorum, in modo strutturato,
l'originale progetto del Rosweyde dove si chiariva il
metodo di critica agiografica da seguire: bisognava
pubblicare le Vite dei santi precedute da uno studio
sull'epoca degli autori e dei santi stessi, sul luogo e
la data di morte, sulla loro stessa esistenza, e quindi
sull'autenticità o meno delle opere a loro relative.
Inoltre, si fissa per sempre il criterio di scelta dei
santi e dei beati da inserire negli Acta e cioè quelli
con culto approvato dalla
Santa Sede o con culto molto antico, con un chiaro
riferimento al decreto di
Papa Urbano VIII del
1634 con il quale venivano stabiliti in modo
definitivo i criteri e le norme giuridiche della
canonizzazione.
Daniel Papebroch
I Bollandisti ritorneranno a ribadire la validità
delle loro impostazioni di metodo diversi anni dopo nel
Proemium de ratione totius operis che formava la
premessa al volume VII di ottobre. In quel periodo,
intanto, vi era stata una violenta reazione dovuta agli
studi del
Papebroch (1628-1714)
del quale va ricordata soprattutto la polemica relativa
al
Carmelo di cui il Papebroch aveva messo in dubbio
l'origine tradizionale del
profeta
Elia.
La polemica ebbe grosse conseguenze ecclesiastiche che
giunsero fino alla condanna dell'Inquisizione
spagnola ma furono anche occasione per ribadire
alcune posizioni di principio.
Nella Responsio di Papebroch viene, tra le altre
cose, ribadita la necessità di ristabilire la verità
storica a proposito delle Vite, perché ciò non voleva
dire un rifiuto del culto dei santi e di tutte le
manifestazioni, ma era condizione necessaria perché esso
diventasse, senza nessun equivoco, patrimonio della
Chiesa garantendolo dalla
superstizione.
Si chiarisce dunque meglio, in questa occasione, che la
santità poteva essere tale solo se riconosciuta dalla
Chiesa e purificata da superstizioni popolari.
Caratteristiche del testo agiografico
Nelle opere agiografiche di solito vi è una fabula che è costituita da motivi abbastanza limitati e che vengono combinati in un intreccio poco complesso che segue degli schemi fissi e ricorrenti:
Intreccio
- il corso storico e l'evoluzione della Chiesa che vi corrisponde, con la storia dei martiri nei primi secoli del cristianesimo, in seguito di monaci e vescovi;
- il territorio e l'ambiente, che può essere o la società occidentale o quella orientale;
- le finalità specifiche di ogni scritto, come la propaganda di un santuario oppure la proposta di una vita da imitare.
Di solito le opere agiografiche sono composte di due parti: una prima parte che serve a descrivere la fase di preparazione in cui il santo ottiene, con l'ascesi, il distacco (simile alla funzione di allontanamento individuata da Propp nella fiaba) dalla natura (con il superamento degli interessi mondani che avviene spesso con l'allontanamento dalla casa paterna) e le prove a cui il santo è sottoposto, come la fame, la sete, le tentazioni ed una seconda parte che narra la sua attività magico-miracolistica.
Finalità
Le opere agiografiche, di quell'epoca, non intendono narrare vicende verosimili, pertanto, non hanno un carattere realistico ma fortemente simbolico ed i gesti che il Santo compie esprimono, pertanto, un potere che va al di là della loro portata reale.
Questo carattere simbolico si lega al finalismo che sottende il testo agiografico. Il personaggio viene rappresentato non solo come positivo ma predestinato alla santità e, quindi, alla glorificazione e tutto quello che lo riguarda, dai sogni premonitori della madre, alle caratteristiche dell'ambiente in cui nasce, segue uno script ben preciso.
Il carattere volutamente non realistico della narratologia permette di introdurre elementi romanzeschi, fiabeschi e meravigliosi.
Spazio e tempo
Come nella fiaba, lo spazio è vissuto con straordinaria facilità e gli spostamenti che il personaggio protagonista compie, corrispondono alla "crescita" religiosa del personaggio.
Allo stesso tipo di esigenza corrisponde la collocazione dei fatti nel tempo che segue non tanto un ordine cronologico, quanto lo sviluppo della "sacralità" del personaggio.
Alcuni caratteri dello schema agiografico dell'Alto Medioevo persistono in alcune scritture religiose di epoca successiva, dalla Divina Commedia di Dante Alighieri ai Fioretti di San Francesco d'Assisi ed anche in scritture di genere diverso, fino ad oggi.
L'agiografia alto-medievale come materiale di studio
Lo studio dei testi agiografici dell'epoca permette di considerare gli stessi come documenti importanti per poter ricavare sia la storia della società, sia per poter procedere ad una ricostruzione della medesima dal punto di vista antropologico.
Documento della storia sociale
Nei testi agiografici si riscontrano particolari di quel vivere quotidiano che normalmente la storiografia dell'epoca trascurava, come i segni del sovrannaturale che presentavano l'eccezionale e l'inspiegabile.
Bisogna però tenere presente che, essendo l'agiografia simbolica, segue anch'essa ben precisi modelli culturali.
Un esempio può essere quello dell'alto numero di guarigioni operate dai santi nei confronti dei lebbrosi, dei ciechi e dei paralitici nei testi dell'agiografia bizantina che può essere interpretata come indice di frequenza di queste malattie nel Medio Oriente ma che può dipendere, anche, dal modello evangelico al quale queste Vite si rifanno e che attribuiscono ai santi i miracoli operati da Gesù.
Documento per l'indagine antropologica
Il componimento agiografico è, peraltro, utile anche per la ricostruzione di una data società.
Infatti, dal quadro dei valori, cioè dei comportamenti e dei costumi che vengono proposti come modello dell'agire del personaggio, si risale facilmente alle rappresentazioni collettive, come le idee e le immaginazioni, di una società piuttosto che un'altra.
Strumento di acculturazione
Oggi gli studiosi dell'agiografia sono concordi nell'affermare che il culto dei santi, e in particolare i testi agiografici, sono un prodotto della cultura clericale, cioè dotta, destinato alla diffusione fra le masse popolari, come sostiene il F. Grauss nel suo scritto in Agiografia medievale, Le funzioni del culto dei santi e delle leggende.
Lo studioso, infatti, afferma che non è v