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Artemisia Gentileschi
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Artemisia Lomi Gentileschi (Roma, 8 luglio 1593; Napoli, 1653) è stata una pittrice italiana di scuola caravaggesca vissuta nella prima metà del XVII secolo, riprese dal padre Orazio, il limpido rigore disegnativo, innestandovi una forte accentuazione drammatica, ripresa dalle opere del Caravaggio, caricata di effetti teatrali; stilema che contribuì alla diffusione del caravaggismo a Napoli, città in cui si era trasferita dal 1630.
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Biografia
Gli esordi romani
Nacque a Roma l'8 luglio 1593, primogenita del pittore Orazio Gentileschi, esponente di primissimo piano del caravaggismo romano. Presso la bottega paterna, assieme ai fratelli, ma dimostrando rispetto ad essi un ben più elevato talento, Artemisia ebbe il suo apprendistato artistico, imparando il disegno, il modo di impastare i colori e di dar lucentezza ai dipinti. Poiché lo stile del padre, in quegli anni, si riferiva esplicitamente all'arte del Caravaggio (con cui Orazio ebbe rapporti di familiarità), anche gli esordi artistici di Artemisia si collocano, per molti versi, nella scia del grande pittore lombardo.
La prima opera attribuita alla diciassettenne Artemisia (sia pur sospettando aiuti da parte del padre, determinato a far conoscere le sue precoci doti artistiche) è la Susanna e i vecchioni (1610), oggi nella collezione Schönborn a Pommersfelden. La tela lascia intravedere come, sotto la guida paterna, Artemisia, oltre ad assimilare il realismo del Caravaggio, non sia indifferente al linguaggio della scuola bolognese, che aveva preso le mosse da Annibale Carracci.
Nel
1611 Artemisia subì uno stupro da parte del pittore
toscano
Agostino Tassi, impegnato in quel tempo, assieme ad
Orazio Gentileschi, nella decorazione a fresco delle
volte del Casino della Rose nel palazzo
Pallavicini Rospigliosi di Roma.
Il padre denunciò il Tassi che dopo la violenza, non aveva potuto "rimediare" con un matrimonio riparatore. Il problema è che il pittore era già sposato (e nel frattempo manteneva anche una relazione con la sorella della moglie, cosa all'epoca considerata incestuosa). Del processo che ne seguì è rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia e per i metodi inquisitori del tribunale. Gli atti del processo (conclusosi con una lieve condanna del Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista, data nella seconda metà del XX secolo, alla figura di Artemisia Gentileschi.
Questa la testimonianza di Artemisia al processo, secondo le cronache dell'epoca: "Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne."
La tela, che raffigura
Giuditta che decapita Oloferne (1612-13),
conservata al
Museo Capodimonte di Napoli, impressionante per la
violenza della scena che raffigura, è stata interpretata
in chiave psicologica e psicanalitica, come desiderio di
rivalsa rispetto alla violenza subita.
Un mese dopo la conclusione del processo, Orazio combinò
per Artemisia, un matrimonio con Pierantonio Stiattesi,
modesto artista fiorentino, che servì a restituire ad
Artemisia, violentata, ingannata e denigrata dal Tassi,
uno status di sufficiente onorabilità.
Poco dopo la coppia si trasferì a
Firenze, dove ebbe quattro figli, di cui la sola
figlia Prudenzia visse sufficientemente a lungo da
seguire la madre nel ritorno a Roma poi a
Napoli.
È riferibile agli esordi romani anche la
Madonna col Bambino della
Galleria Spada.
Il periodo fiorentino (1614-1620)
A Firenze Artemisia conobbe un lusinghiero successo.
Venne accettata nell'Accademia del Disegno (fu la
prima donna a godere di tale privilegio); dimostrò di
saper tenere buoni rapporti con i più reputati artisti
del tempo, come
Cristofano Allori, e di saper conquistare i favori e
la protezione di persone influenti, a cominciare dal
Granduca
Cosimo II de' Medici e, in special modo della
granduchessa Cristina. Fu in buoni rapporti con
Galileo Galilei, con il quale rimase in contatto
epistolare ben oltre il suo periodo fiorentino.
Tra i suoi estimatori ebbe un posto di speciale
rilievo Buonarroti il giovane (nipote del grande
Michelangelo): impegnato a costruire una magione che
celebrasse la memoria dell'illustre antenato, affidò ad
Artemisia l'esecuzione di una tela destinata a decorare
il soffitto della galleria dei dipinti.
La tela in questione rappresenta una allegoria dell'Inclinazione
(il talento naturale), raffigurata in forma di giovane
donna ignuda che tiene in mano una bussola. Si ritiene
che l'avvenente figura femminile abbia le fattezze della
stessa Artemisia, che – come ci dicono le informazioni
mondane dell'epoca – fu donna di straordinaria
avvenenza.
In effetti capita spesso, nelle tele di Artemisia,
che le sembianze delle formose ed energiche eroine che
vi compaiono abbiano fattezze del volto che ritroviamo
nei suoi ritratti o autoritratti: spesso chi
commissionava le sue tele doveva desiderare di avere una
immagine che ricordasse visivamente l'autrice, la cui
fama andava crescendo. Il successo ed il fascino che
emanava dalla sua figura, alimentarono, per tutta la sua
vita, motteggi ed illazioni sulla sua vita privata.
Appartengono al periodo fiorentino la
Conversione della Maddalena e la Giuditta
con la sua ancella di
Palazzo Pitti ed una seconda, più grande, versione
della
Giuditta che decapita Oloferne agli
Uffizi.
Nonostante il successo, a causa di spese eccessive, sue e di suo marito, il periodo fiorentino fu tormentato da problemi con i creditori. Si può ragionevolmente collegare al desiderio di sfuggire all'assillo dei debiti ed alla non facile convivenza con lo Stiattesi, il suo ritorno a Roma che si realizzò in maniera definitiva nel 1621.
Di nuovo a Roma e poi a Venezia (1621-1630)
L'anno di arrivo di Artemisia a Roma coincide con
quello della partenza del padre Orazio per
Genova. Si è ipotizzato, su basi congetturali, che
Artemisia abbia seguito il padre nella capitale ligure
(anche per spiegare il perdurare di una affinità di
stile che, ancor oggi, rende problematica l'attribuzione
di taluni quadri all'uno o all'altra); ma non si hanno
sufficienti prove al riguardo.
Artemisia si stabilì a Roma come donna ormai
indipendente, in grado di prender casa e di crescere le
figlie. Oltre a Prudenzia (nata dal matrimonio con
Pierantonio Stiattesi), ebbe una figlia naturale, nata
probabilmente nel
1627. Artemisia cercò, con scarso successo, di
avviare entrambe le figlie alla pittura.
La Roma di quegli anni vedeva ancora una nutrita
presenza di pittori caravaggeschi (evidenti assonanze
esistono, ad esempio, tra lo stile della Gentileschi e
quello di
Simon Vouet), ma vedeva anche, durante il
pontificato di
Urbano VIII, il crescente successo del classicismo
della scuola bolognese o delle avventure barocche di
Pietro da Cortona.
Artemisia dimostrò di avere la giusta sensibilità per
cogliere le novità artistiche e la giusta determinazione
per vivere da protagonista questa straordinaria stagione
artistica di Roma, meta obbligata di artisti di tutta
Europa.
Artemisia entrò a far parte dell'Accademia dei
Desiosi. Fu, in tale circostanza celebrata, con un
ritratto inciso che, nella dedica, la qualifica come "Pincturae
miraculum invidendum facilius quam imitandum". Di
questo periodo è anche l'amicizia con
Cassiano dal Pozzo, umanista, collezionista e grande
mentore delle belle arti.
Tuttavia, nonostante la reputazione artistica, la sua
forte personalità e la rete di buone relazioni, il
soggiorno di Artemisia nella sua Roma non fu così ricco
di commesse come avrebbe desiderato. L'apprezzamento
della sua pittura era forse circoscritto alla sua
capacità di ritrattista e alla sua abilità di mettere in
scena le eroine bibliche: erano a lei precluse le ricche
commesse dei cicli affrescati e delle grandi pale di
altare. Difficile, per l'assenza di fonti documentali, è
seguire tutti gli spostamenti di Artemisia in questo
periodo.
È certo che tra il
1627 ed il
1630 si stabilì, forse alla ricerca di migliori
commesse, a
Venezia: lo documentano gli omaggi che ricevette da
letterati della città lagunare che ne celebrarono le
qualità di pittrice.
Con l'avvertenza che la datazione delle opere di Artemisia è spesso terreno di contrasto tra i critici d'arte, sono verosimilmente da assegnare a questo periodo, il Ritratto di gonfaloniere, oggi a Bologna (unico esempio sinora noto di quella abilità di ritrattista per la quale Artemisia pure andava celebre); la Giuditta con la sua ancella oggi al Detroit Institute of Arts (che riflette la capacità della pittrice di padroneggiare gli effetti chiaroscurali del lume di candela, per i quali andavano famosi a Roma artisti come Gerrit van Honthorst, Trophime Bigot, ed altri); la Venere dormiente oggi a Princeton; la Ester ed Assuero del Metropolitan Museum of Art di New York (che testimonia la capacità di Artemisia di assimilare le lezioni luministiche veneziane).
Napoli e la parentesi inglese (1630-1653)
Nel
1630 Artemisia si recò a
Napoli, valutando che vi potessero essere, in quella
città fiorente di cantieri e di appassionati di belle
arti, nuove e più ricche possibilità di lavoro.
Va ricordato che, tra gli altri, erano già passati da
Napoli
Michelangelo Merisi da Caravaggio,
Annibale Carracci,
Simon Vouet; vi lavoravano in quegli anni
Jusepe de Ribera,
Massimo Stanzione, e che, di lì a poco vi sarebbero
approdati, il
Domenichino,
Giovanni Lanfranco ed altri ancora.
L'esordio artistico di Artemisia a Napoli è
rappresentato forse dalla Annunciazione del Museo
di Capodimonte.
Poco più tardi, il trasferimento nella metropoli
partenopea fu definitivo e lì l'artista sarebbe rimasta
- salvo la parentesi inglese e trasferimenti temporanei
- per il resto della sua vita.
Napoli (pur con qualche costante rimpianto per Roma) fu
dunque per Artemisia una sorta di seconda patria nella
quale curò la propria famiglia (a Napoli maritò infatti,
con appropriata dote, le sue due figlie), ricevette
attestati di grande stima, fu in buoni rapporti con il
viceré Duca d'Alcalá, ebbe rapporti di scambio alla pari
con i maggiori artisti che vi erano presenti (a
cominciare da
Massimo Stanzione, per il quale si deve parlare di
una intensa collaborazione artistica, fondata su una
viva amicizia e su evidenti consonanze stilistiche).
A Napoli per la prima volta, Artemisia si trovò, a
dipingere tele per una cattedrale, quelle dedicate alla
Vita di San Gennaro a
Pozzuoli.
Sono del primo periodo napoletano opere quali la
Nascita di San Giovanni Battista al
Prado, Corisca e il satiro in collezione
privata.
In queste opere Artemisia, dimostra ancora una volta, di
sapere aggiornarsi sui gusti artistici del tempo e di
sapersi cimentare con altri soggetti rispetto alle varie
Giuditte, Susanne, Betsabee,
Maddalene penitenti, per le quali pur continuava ad
andar famosa.
Nel
1638 Artemisia raggiunse il padre a Londra, presso
la corte di
Carlo I, dove Orazio era diventato pittore di corte
ed aveva ricevuto l'importante incarico della
decorazione di un soffitto (allegoria del Trionfo
della Pace e delle Arti) nella Casa delle Delizie
della regina
Enrichetta Maria a
Greenwick.
Dopo tanto tempo, padre e figlia si ritrovarono legati
da un rapporto di collaborazione artistica, ma nulla
lascia pensare che il motivo del viaggio londinese fosse
solo quello di venire in amorevole soccorso all'anziano
genitore. Certo è che Carlo I la reclamava alla sua
corte ed un rifiuto non era possibile. Orazio
inaspettatamente morì, assistito dalla figlia, nel
1639.
Carlo I era un collezionista fanatico, disposto a
compromettere le finanze pubbliche, pur di soddisfare i
suoi desideri artistici. La fama di Artemisia doveva
averlo incuriosito, e non è un caso che nella sua
collezione fosse presente una tela di Artemisia di
grande suggestione, l'Autoritratto
in veste di Pittura.
Artemisia ebbe dunque a Londra una sua attività
autonoma che continuò per un po' di tempo anche dopo la
morte del padre (anche se non sono note opere
attribuibili con certezza a questo periodo).
Sappiamo che nel
1642, alle prime avvisaglie della
guerra civile, Artemisia aveva già lasciato
l'Inghilterra. Poco o nulla si sa degli spostamenti
successivi. È un fatto che nel
1649 la troviamo nuovamente a Napoli, in
corrispondenza con il collezionista Don Antonio Ruffo di
Sicilia che fu suo mentore e buon committente in questo
secondo periodo napoletano.
L'ultima lettera al suo mentore che noi conosciamo è del
1650 e testimonia come l'artista fosse ancora in
piena attività. Artemisia morì nell'anno
1653.
Esempi di opere ascrivibili a questo secondo periodo napoletano sono una Susanna e i vecchioni oggi a Brno ed una Madonna e Bambino con rosario conservata all'El Escorial.
Profilo artistico
Un saggio del 1916 di Roberto Longhi, maestro della critica italiana, intitolato Gentileschi padre e figlia ha avuto il merito di riportare all'attenzione della critica la statura artistica di Artemisia Gentileschi nell'ambito dei caravaggeschi nella prima metà del XVII secolo. Longhi esprimeva nei confronti di Artemisia, in tono forse involontariamente misogino, il seguente giudizio: "l'unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità...".
Nella lettura effettuata del dipinto più celebre di
Artemisia, la Giuditta che decapita Oloferne
degli
Uffizi, Longhi scriveva:
- "Chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d'un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato […] Ma - vien voglia di dire - ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?"
ed aggiungeva:
- "... che qui non v'è nulla di sadico, che anzi
ciò che sorprende è l'impassibilità ferina di chi ha
dipinto tutto questo ed è persino riescita a
riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può
ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo
centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità
alla Signora Schiattesi - questo è il nome coniugale
di Artemisia - il tempo di scegliere l'elsa dello
spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi
pare che l'unico moto di Giuditta sia quello di
scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti
il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni
modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il
più fine guardaroba di sete del '600 europeo, dopo Van
Dyck".
La lettura del dipinto sottolinea, in modo esemplare, cosa significhi saperne "di pittura, e di colore e di impasto": sono evocati i colori squillanti della tavolozza di Artemisia, le luminescenze seriche delle vesti (con quel suo giallo inconfondibile), l'attenzione perfezionistica per la realtà dei gioielli e delle armi.
L'interesse per la figura artistica di Artemisia, rimasto inspiegabilmente debole nonostante la lettura datane dal Longhi, ebbe un forte impulso per merito di studi in chiave femminista, che efficacemente sottolinearono, a partire dallo stupro subito e dalla sua successiva biografia, la forza espressiva che il suo linguaggio pittorico assume quando i soggetti rappresentati erano le famose eroine bibliche, che par sempre che vogliano manifestare la loro ribellione alla condizione in cui le condanna il loro sesso.
In un saggio contenuto nel catalogo della mostra
"Orazio e Artemisia Gentileschi" svoltasi a Roma nel
2001 (e poi a New York), Judith W. Mann prende le
distanze; mostrandone i limiti, da una lettura in chiave
strettamente femminista:
- "[Una lettura di questo tipo] avanza l'ipotesi
che la piena potenza creativa di Artemisia si sia
manifestata soltanto nel raffigurare donne forti e
capaci di farsi valere, al punto che non si riesce a
immaginarla impegnata nella realizzazione di immagini
religiose convenzionali, come una Madonna con Bambino
o una Vergine che accoglie sottomessa l'Annunciazione;
e inoltre, si sostiene che l'artista abbia rifiutato
di modificare la propria interpretazione personale di
tali soggetti per adeguarsi ai gusti di una clientela
che si presume maschile. Lo stereotipo ha avuto un
doppio effetto restrittivo: inducendo gli studiosi sia
a mettere in dubbio l'attribuzione dei dipinti che non
corrispondono al modello descritto, sia ad attribuire
un valore inferiore a quelli che non rientrano nel
cliché".
La critica più recente, a partire dalla faticosa ricostruzione dell'intero catalogo della Gentileschi, ha inteso dare una lettura meno riduttiva della lusinghiera carriera di Artemisia, collocandola più attentamente nel contesto dei diversi ambienti artistici che la pittrice ebbe a frequentare. Una siffatta lettura ci restituisce la figura di una artista che lottò con determinazione, utilizzando le armi della sua personalità e delle sue qualità artistiche, contro i pregiudizi che si esprimevano nei confronti della pittrici donne; riuscendo ed inserirsi produttivamente nella cerchia dei pittori più reputati del suo tempo, affrontando una gamma di generi pittorici che dovette esser assai più ampia e variegata di quanto ci dicano oggi le tele a lei attribuite.
Opere
- Susanna e i vecchioni, Collezione Graf von Schönborn, Pommersfelden, 1610
- Madonna col Bambino, Galleria Spada, Roma, 1610-11
- Giuditta che decapita Oloferne, Museo Capodimonte, Napoli, 1612-13
- Autoritratto come martire, collezione privata, 1615 circa
- Allegoria dell'Inclinazione, Casa Buonarroti, Firenze, 1615-16
- La Conversione della Maddalena, Galleria Palatina, Palazzo Pitti, Firenze, 1615-16
- Giuditta con la sua ancella, Galleria Palatina, Palazzo Pitti, Firenze, 1618-19
- Giaele e Sisara, Szépművészeti Múzeum, Budapest, 1620
- Cleopatra, Collezione della Fondazione Cavallini-Sgarbi, Ferrara, 1620 circa
- Giuditta che decapita Oloferne, Galleria degli Uffizi, Firenze, 1620 circa
- Santa Cecilia, Galleria Spada, Roma, 1620 circa
- Ritratto di gonfaloniere, Collezioni Comunali d'arte, Palazzo d'Accursio, Bologna, 1622
- Giuditta con la sua ancella, The Detroit Institute of Arts, 1625-27 circa
- Ester e Assuero, Metropolitan Museum of Art, New York, 1628-35 circa
- Annunciazione, Museo Capodimonte, Napoli, 1630
- Corisca e il satiro, Collezione privata, 1630-35
- Nascita di San Giovanni Battista, Museo del Prado, Madrid, 1633-35 circa
- San Gennaro nell'anfiteatro di Pozzuoli, Museo Capodimonte, Napoli, 1636-37
- Autoritratto come allegoria della Pittura, Sua Maestà Regina Elisabetta II, 1638-39
- Susanna e i vecchioni, Moravska Galerie, Brno, 1649
- Madonna e Bambino con rosario, Palazzo El Escorial, Casita del Principe, 1651
La figura di donna e pittrice
Per una donna, all'inizio del XVII secolo, dedicarsi
alla pittura, come fa Artemisia, rappresenta una scelta
non comune e difficile, ma non eccezionale. Prima di
Artemisia, tra la fine del 500 e l'inizio del 600 altre
donne pittrici esercitarono, anche con buon successo la
loro attività. Possono essere menzionate
Sofonisba Anguissola (Cremona
ca.
1530 -
Palermo ca.
1625) che fu chiamata in Spagna da
Filippo II;
Lavinia Fontana (Bologna,1552-
Roma,
1614) che si recò a Roma su invito di
Papa Clemente VIII,
Fede Galizia (Milano
o
Trento,
1578 – Milano
1630) che dipinse, tra l'altro, magnifiche nature
morte ed una bella Giuditta con la testa di Oloferne.
Altre pittrici, più o meno note, intrapresero la loro
carriera quando Artemisia era in vita.
Se si valutano i loro meriti artistici, il giudizio
liquidatorio di Roberto Longhi a favore di Artemisia, "l'unica
donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia
pittura...", appare alquanto ingeneroso.
Tuttavia c'è, sia nell'arte sia nella biografia di
Artemisia Gentileschi, qualcosa che la rende
specialmente affascinante e che spiega l'interesse di
alcuni scrittori (anzi, e non a caso, di alcune
scrittrici) nei suoi confronti.
La prima scrittrice che decise di costruire un romanzo
attorno alla figura di Artemisia, fu
Anna Banti, la moglie di Roberto Longhi. La sua
prima stesura del testo, in forma manoscritta era
avvenuta nel
1944, ma fu perduta nel corso delle vicende
belliche. La decisione di ritornare sul libro,
intitolato Artemisia, scrivendolo in forma assai
diversa, avvenne tre anni dopo. Anna Banti si pone nel
suo nuovo romanzo in dialogo con la pittrice, in forma
di "diario aperto", in cui cerca – in parallelo al
racconto dell'adolescenza e della maturità di Artemisia
– di spiegare a sé stessa il fascino che ne subisce, ed
il bisogno che avverte di andare al di là - in un
dialogo da donna a donna - delle limpide (se pur
appassionate) valutazioni artistiche di cui avrà tante
volte discusso con Roberto Longhi.
Più di cinquant'anni dopo, nel 1999, la scrittrice francese Alexandra Lapierre affronta, ancora con un romanzo, il fascino enigmatico della vita di Artemisia, e lo fa a partire da uno studio estremamente scrupoloso della biografia e del contesto storico che le fa da sfondo. L'indagine psicologica che passa tra le righe del romanzo, per comprendere il rapporto tra Artemisia donna e Artemisia pittrice, finisce per chiamare in causa, come "leit motiv", quello della relazione - fatta di un affetto che stenta ad esprimersi e da una latente rivalità professionale - tra padre e figlia.
Ancora un altro romanzo, pubblicato più di recente anche in Italia, quello di Susan Vreeland (The Passion of Artemisa), si pone nella scia della popolarità assunta da Artemisia Gentileschi nell'ambito della lettura data, in chiave femminista, alla sua figura, e sembra voler sfruttare il recente successo dei romanzi storici che prendono le mossa da un'opera d'arte e dal suo autore.
Discutibili, per analoghe ragioni, sono i risultati ai quali giunge il regista francese Agnes Merlet, con il film Artemisia - Passione Estrema.
Riferimenti bibliografici
- Roberto Contini e Gianni Papi, (a cura di), Artemisia, Catalogo della mostra in Firenze, Casa Buonarroti, 1991, Leonardo-De Luca editori
- Keith Christiansen e Judith W. Mann, (a cura di), Orazio e Artemisia Gentileschi, Catalogo della mostra di Roma, 2001, Skira editore
- Eva Menzio, (a cura di), Artemisia Gentileschi Lettere precedute da Atti di un processo di stupro, Abscondida, 2004
- Anna Banti, Artemisia, romanzo, III edizione per i Grandi Tascabili, RCS Libri S.p.A., 1997
- Alexandra Lapierre, Artemisia, romanzo, Mondadori, 1999
Altri progetti
-
Commons contiene file multimediali su
Artemisia Gentileschi
Collegamenti esterni
- (EN) Artcyclopedia: le immagini di quadri di Artemisia Gentileschi reperibili su internet
- (EN) The Life and Art of Artemisia Gentileschi
- (EN) Artemisia, Resoconto del processo per stupro
- Una biografia in italiano su Artemisia
- Artemisia Gentileschi tra i Poeti e Sognatori






