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Enrico Berlinguer

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Enrico Berlinguer
Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguer (Sassari, 25 maggio 1922 - Padova, 11 giugno 1984) è stato uno dei più importanti uomini politici del secondo dopoguerra. Fu segretario nazionale del Partito Comunista Italiano dal 1972 fino alla morte.

Indice

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Biografia

I genitori di Enrico Berlinguer nel 1930
I genitori di Enrico Berlinguer nel 1930

Figlio dell'avvocato Mario Berlinguer e di Maria Loriga, nacque in Sardegna da una famiglia di piccola nobiltà rurale sassarese che gli permise di crescere in un ambiente culturalmente assai evoluto (il nonno, omonimo, era il fondatore del giornale "La Nuova Sardegna", e fu amico di Garibaldi e di Mazzini) e di profittare di relazioni familiari e politiche che influenzarono notevolmente la sua ideologia e la carriera politica successiva. Era cugino di Francesco Cossiga (che fu presidente della Repubblica) ed entrambi erano parenti di Antonio Segni (anch'egli capo di stato).

Giovane anarchico, nel 1937 prese contatti con gli anti-fascisti sardi nella prospettiva, poi non verificatasi, di una ribellione su base regionale contro il fascismo.

Profondo ammiratore di Marx, Berlinguer abbandonò l'anarchismo e nel 1943 si iscrisse al PCI. Partecipò alla Resistenza partigiana tra le "Brigate Garibaldi" e fu fra i protagonisti di un moto libertario esploso nella sua città natale: ci furono dei disordini di piazza e fu arrestato, ma fu prosciolto dopo 3 mesi di detenzione.

Subito dopo la sua scarcerazione, il padre lo portò a Salerno, luogo in cui la famiglia reale ed il governo di Badoglio avevano preso rifugio dopo l'armistizio di Cassibile fra l'Italia e gli alleati. In questa località campana il padre gli presentò Palmiro Togliatti, che era stato suo compagno di scuola e che era all'epoca la personalità più importante del PCI. Berlinguer fece una buona impressione a Togliatti, che nell'immediato lo rinviò in Sardegna per perfezionare la sua preparazione politica; dopo il suo trasferimento a Milano lo fece entrare, giovanissimo, nel comitato centrale del partito.

Togliatti lo volle poi con sé anche a Roma: nel 1949 fu nominato segretario della federazione dei giovani comunisti (FGCI), carica che avrebbe mantenuto sino al 1956 e l'anno successivo Berlinguer divenne il segretario della Federazione mondiale della Gioventù Democratica, un'associazione internazionale di giovani marxisti.

In questa veste, egli visitò insieme a Nerio Nesi l'Unione Sovietica, ma nel 1957 abolì l'obbligatorietà di tale visita (comprendente anche corsi di formazione politica), sino ad allora passaggio necessario di tutti i dirigenti che intendessero fare carriera nel partito.

Leader di partito

Enrico Berlinguer ad un comizio a Borgo San Lorenzo
Enrico Berlinguer ad un comizio a Borgo San Lorenzo

Eletto per la prima volta deputato nel 1968, per il collegio elettorale di Roma, si fece portavoce della corrente progressista e popolare del partito. Nominato, nel corso del XII congresso, vice-segretario nazionale (durante la segreteria di Luigi Longo), guidò nel 1969 una delegazione del partito ai lavori della conferenza internazionale dei partiti comunisti che si tenne a Mosca; in tale occasione, trovandosi in disaccordo con la "linea" sovietica (fonte massima degli indirizzi dell'internazionale comunista), a sorpresa rifiutò di sottoscrivere la relazione finale.

La presa di posizione, inattesa quanto "scandalosa", fu memorabile: tenne il discorso decisamente più critico in assoluto fra quelli che mai leader comunisti abbiano tenuto a Mosca, rifiutando tassativamente la "scomunica" dei comunisti cinesi e rinfacciando a Leonid Breznev che l'invasione sovietica della Cecoslovacchia (che definì espressivamente la "tragedia di Praga") aveva solo evidenziato le radicali divergenze affioranti nel movimento comunista su temi fondamentali come la sovranità nazionale, la democrazia socialista e la libertà di cultura.

Nel 1970 Berlinguer proclamò un'altrettanto inattesa apertura verso il mondo dell'industria, rappresentativo peraltro sia di istanze politiche conservatrici che del "club dei capitalisti": dichiarando che il PCI avrebbe potuto guardare anche con favore ad un nuovo modello di sviluppo, si inseriva non richiestone in un dibattito politico-economico prettamente dominato dalle istanze conservatrici, alcune delle quali questa apertura andava a sostenere.

La segreteria

Raggiunta prima del previsto a causa dei disagi medici patiti da Longo, che dovette prima delegare e poi definitivamente "abdicare" (nel 1972), la sua segreteria fu caratterizzata da un lato dal tentativo di collaborare con la DC nella prospettiva di realizzare riforme sociali ed economiche che considerava indispensabili, dall'altro dalla convinzione della necessità di rappresentare un nuovo comunismo indipendente dall'URSS (chiamato "eurocomunismo").

Negli anni in cui Berlinguer fu segretario, pare corretto affermare che il partito fu diretto principalmente, se non esclusivamente, dal suo operato e dalle sue scelte; i contributi degli apparati di partito e della "nomenklatura" interna sono stati da molti analisti considerati come meramente strumentali ed avrebbero solo consentito che, dell'esponente sassarese, il "genio politico" (questa definizione, di ovvia fonte, non è cassata dagli oppositori ed è ben accetta dagli storici) potesse liberamente esprimersi, conducendo monocraticamente un movimento di antica ispirazione collettivistica.

Nell'età in cui si raccolsero nel partito, forse con la maggior concentrazione, alcune delle più nitide intelligenze politiche, la minuta figura di Berlinguer, schivo ed in apparenza timido, dal muovere serio e misurato, sarebbe svettata per silente acclamazione accompagnata dal beneplacito di fondo della non risibile opposizione interna.

E nelle ardite scelte berlingueriane, interne ed estere, rischiose quanto accortamente studiate, si incanalarono gli andamenti del partito di opposizione più importante dell'Italia repubblicana e del partito comunista più importante del mondo dopo quello sovietico, in un decennio che si sarebbe rivelato fra i più importanti della storia recente. Dopo Gramsci e Togliatti, secondo molti storici, nessuno avrebbe più incarnato la storia del partito come ne fu capace Berlinguer; e per qualcuno degli studiosi è un "dopo" solo temporale.

Il partito in movimento

Il 3 ottobre 1973, dopo una visita ufficiale, la sua auto è investita da un camion, Berlinguer si salva miracolosamente, un viaggiatore muore e gli altri due rimangono gravemente feriti, dopo la convalescenza seguita alle ferite riportate, Berlinguer scrisse per "Rinascita" tre famosi articoli intitolati "Riflessioni sull'Italia", "Dopo i fatti del Cile" e "Dopo il golpe del Cile"; in questi sviluppava alcuni temi che abbozzavano la proposta del "compromesso storico" come possibile soluzione preventiva dinanzi alla deriva istituzionale che lasciava paventare possibili soluzioni di stile sud-americano.

L'anno successivo Berlinguer principiò a Belgrado una sorta di campagna di sensibilizzazione internazionale degli altri movimenti e partiti comunisti, incontrando per primo il maresciallo Tito; molti incontri di funzionari minori del partito con omologhi dei partiti comunisti di altri stati, preparavano frattanto la strada diplomatica per relazioni privilegiate con alcuni di essi.

Fu nel 1976 che il PCI berlingueriano varcava il suo Rubicone e muoveva incontro al famosissimo strappo, la rottura politica con il PCUS (il partito comunista sovietico): in occasione di un congresso a Mosca, dinanzi a 5.000 attoniti delegati provenienti da tutto il mondo, Berlinguer parlò in aperto contrasto con le posizioni "ufficiali" di "sistema pluralistico" (che l'interprete simultaneo coscienziosamente rese come "sistema multiforme") e descrisse l'intenzione del PCI di costruire un socialismo "che riteniamo necessario e possibile solo in Italia".

A chiarire che la frattura non era ricomponibile, vi aggiunse la ferma condanna del PCI per ogni tipo di "interferenza" sovietica (sia verso l'Italia che verso altri paesi).

Da parte del Cremlino si replicò che essendo l'Italia sotto un marcato controllo della NATO, si era costretti a concludere che l'unica interferenza davvero sgradita ai comunisti italiani fosse quella sovietica. Berlinguer, del resto, avrebbe loro risposto, attraverso un'intervista rilasciata ad un quotidiano, di sentirsi più tranquillo "sotto l'ombrello della NATO".

La ricerca del consenso

Il programma seguito dal sempre più dinamico segretario intendeva aprire al partito strade nuove per allargare il consenso. L'ampio seguito elettorale non era infatti, da sé, sufficiente a consentire che il PCI potesse, con la necessaria autorevolezza, partecipare della vita democratica del Paese; vi erano diversi motivi di esclusione, che il segretario si propose di abbattere.

I comunisti, che erano stati scomunicati dopo la guerra da Papa Pacelli (e la scomunica non era stata revocata), cercavano intanto di uscire da un isolamento ideologico che nel propugnare idee di tutela del ceto proletario, e nel volerne rappresentare gli interessi, li aveva in pratica relegati a questa sola funzione politica. Sostenitori inoltre della dottrina marxista (come, peraltro, sempre meno visibilmente erano gli altri movimenti della sinistra, da tempo in verità assai occupati a diluirne le asperità), erano fisiologicamente invisi all'elettorato cattolico come a quello dei ceti più elevati e le vicinanze "pre-strappo" con la Russia, avversaria del Patto Atlantico nella guerra fredda, destavano più di un'inquietudine fra coloro che ne sostenevano la fazione occidentale.

Con sagace scelta di tempi, Berlinguer rese di pubblica notorietà una sua privata corrispondenza con il vescovo di Ivrea, Mons. Luigi Bettazzi, che avrebbe dovuto testimoniare della "possibilità" di un dialogo intellettuale e sociale (e poi, certo, anche politico) fra cattolici e comunisti.

Al contempo, però, montavano le tragiche proporzioni del terrorismo, che cresceva di "qualità" e di quantità di vittime, all'inizio di un periodo che sarebbe poi stato definito degli "anni di piombo". La pericolosa espansione operativa delle Brigate Rosse, un gruppo che dichiarava di agire per il proletariato e contro il "Sistema Imperialista delle Multinazionali", proponendosi cioè (nelle sue comunicazioni a seguito di crimine) come difensore dell'elettorato del PCI e nemico dei nemici del PCI, fu interpretata a livello popolare (complici anche talune non disinteressate insinuazioni che una parte della stampa non mancò di amplificare) con un presuntivo accostamento del partito alla banda armata (e viceversa).

Il sospetto che il partito proteggesse i terroristi, che ne fosse in qualche modo colluso o connivente, fu difficile da smontare, stanti anche alcuni coinvolgimenti di funzionari o di militanti effettivamente rivelatisi fiancheggiatori. Il danno di immagine, il pregiudizio sulla praticabilità di un contatto con il PCI e la deminutio subita dalle precedenti strategie di "popolarizzazione" erano pesanti.

La presentabilità e la presentazione

Il contatto col mondo cattolico si rese allora più intensivamente ricercato da parte del partito e fu creata la formula del "catto-comunismo", con la quale si pubblicizzavano ed esaltavano i punti di contatto con le componenti dei partiti cattolici (ma essenzialmente della DC) più attente alle tematiche sociali, con i cosiddetti "basisti" (cioè rappresentanti della "base", l'elettorato di basso ceto) degli altri schieramenti.

Furono perciò coronate da grande enfasi ciascuna e tutte le piccole e grandi occasioni di convergenza ideale su punti specifici delle tematiche sociali; ciò non mancò di essere stigmatizzato da taluni come "rigurgito di qualunquismo" o come "apoteosi del volemose bene" (ad intendere un certo modo politico disinvoltamente superficiale), sebbene un certo effetto di "sdoganamento" (come lo si potrebbe chiamare oggi) vi sia effettivamente stato.

Nelle elezioni politiche del 20 giugno 1976 il PCI (che aveva ormai abbandonato le cordate elettorali allestite insieme ad altre forze - ad esempio il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) ottenne da solo il 34,4% dei voti e 227 seggi alla Camera dei Deputati e il 33,8% dei suffragi con 116 seggi al Senato della Repubblica: la differenza rispetto ai voti ottenuti dalla DC era di pochi punti percentuali, molti di meno rispetto alle precedenti votazioni, avvicinando il PCI ad una quota di elettorato che poteva eventualmente ambire anche alla maggioranza relativa.

Molti incominciarono perciò a rispettivamente sperare e temere un possibile "sorpasso". I comunisti, consci delle difficoltà dell'impresa, cominciavano comunque a lavorarci su. Dalla loro parte iniziavano a ricevere i positivi risultati della gestione di alcuni importanti enti locali (regioni, province e comuni) nei quali le giunte comuniste, che ambivano all'impeccabilità, davano comunque ottimi risultati: nelle cosiddette "regioni rosse" (Emilia-Romagna e Toscana in testa) i servizi funzionavano, le cooperative davano lavoro e producevano utili, mentre l'impresa privata (soprattutto le piccole e medie imprese, anche artigianali) prosperava dopo gli affanni della crisi del 1974.

Il successo del '76 era per una parte rilevante dovuto anche a questo "tirocinio" amministrativo, a queste esperienze di governo minore che la gente percepiva, oltre che in modo più direttamente sensibile, come buona prova, come ottima presentazione del partito per un'eventuale affido governativo.

PCI: Partito Comunista Internazionale

Forte delle posizioni acquisite in patria, il PCI intensificò le sue attività internazionali. L'invocato progetto per un eurocomunismo prese corpo a Madrid l'anno successivo, durante un incontro con Santiago Carrillo, leader dei comunisti di Spagna, e Georges Marchais, condottiero di quelli di Francia. I tre esponenti, parzialmente seguiti anche, sebbene in forme meno espansive, da omologhi leader di altri paesi, sostennero la necessità di affrancamento dal costante controllo sovietico, in favore della libera ricerca delle vie più opportune, paese per paese, per costruire il socialismo; corollario di questa istanza grosso modo autonomista, era il valore positivo attribuito al rispetto per le libertà religiose e di cultura, dogmaticamente bollate come eretiche dalla dottrina e dalla prassi moscovita.

Proprio a Mosca Berlinguer sarebbe andato ancora una volta pochi mesi dopo, nuovamente per tenervi un discorso profondamente sgradito, al punto che stavolta il testo fu addirittura censurato dalla Pravda, organo ufficiale del PCUS. Vi espose le nuove teorie eurocomuniste, sottolineò l'opportunità di concorrere per l'accesso al governo dei rispettivi paesi usando tutte le regole del metodo democratico (ed implicitamente esprimendo la necessità di rinunciare a pratiche più spicce, come suggerito e talvolta applicato dalla dirigenza centrale). Ed enunciò una serie di principi in netto contrasto con valori dati per assodati ed immutabili dalla storia e dalla tradizione dell'Internazionale, come la rinuncia alla pretesa del partito unico.

Si è variamente interpretato questo viaggio di Berlinguer, ed oltre al prevedibile, ma labile, sospetto che potesse trattarsi di manovrina a fini elettorali nazionali, si avanzò l'insinuazione che il partito italiano ambisse ad una posizione più centrale nell'internazionale comunista. Si sostenne in pratica che Berlinguer considerasse plausibile (ed alla sua portata) proporsi come principale esponente dei partiti "non allineati", formazioni in genere provenienti da regimi comunisti per qualche ragione in dissidio con l'URSS; secondo i malevoli Berlinguer avrebbe inteso strappare l'egemonia dell'Internazionale al PCUS (quantunque la posizione di supremazia sovietica non fosse solo basata sul prestigio della primogenitura, ma anche, più concretamente, sul supporto economico e militare, che per alcuni dei paesi satelliti era più che vitale - e malgrado talune posizioni degli eurocomunisti andassero nel senso di deprivare di significato l'Internazionale).

La frattura (o meglio il suo aggravio) sarebbero servite, secondo questa visione, a provare la possibilità concreta di rompere il vincolo di dipendenza con il PCUS; il progetto di alleanza con le forze marxiste asiatiche (cinesi in testa) avrebbe potuto, in questo senso, spostare l'asse intorno al quale si aggregavano i comunisti di tutti i paesi, alternativamente verso l'eclettico e raffinato PCI, ovvero verso il radicale e concreto PCC (Partito Comunista Cinese).

Qualunque fosse la sua reale intenzione, Berlinguer guadagnò comunque il proscenio e l'acuta attenzione dei "compagni" di tutto il mondo, intensificando ulteriormente le relazioni internazionali del partito.

La questione morale

Se l'Italia repubblicana era stata ornata di un ingente quantitativo di scandali di corruttela e malversazione, molti dei quali degni di attenzione giudiziaria, il PCI restava relativamente nitido quanto a correttezza di gestione politica (perché - obiettavano dalla maggioranza - non aveva mai messo le mani sul governo). Questa sorta di fedina penale pulita consentì a Berlinguer di lanciare una campagna moralizzatrice (del resto non nuova, essendosi già prodotti gli esperimenti del Partito Radicale) che, con una certa strumentalità, puntava il dito contro il cattivo uso (e spesso l'abuso) della cosa pubblica.

La questione morale divenne centrale nella propaganda del PCI e trovò una singolare sintonia di fatto con analoghe posizioni puriste del Movimento Sociale Italiano, per una volta coincidente nell'indirizzo critico verso la DC, che deteneva il potere stabilmente dai tempi dell'attentato a Togliatti. Da entrambi i partiti, con strana coincidenza, si parlava di "regime", intendendo che la DC avesse blindato i meccanismi di perpetuazione del suo potere in spregio della correttezza (e talvolta della legalità).

L'accostamento coi missini, però, quantunque non ricercato, consentì agli avversari di marcare la campagna come becero strumento propagandistico da parte di soggetti per volontà dell'elettorato non ammessi a gestire la cosa pubblica; l'obiezione (in fondo l'unica opposta di una qualche serietà) riuscì a rinfrancare l'elettorato di maggioranza, non provocando grossi scossoni, sebbene il tarlo della diffidenza avesse cominciato a logorarne alcune certezze.

La spinta etica berlingueriana gli sarebbe sopravvissuta, conducendo tempo dopo al vibrato coinvolgimento delle sinistre nel dibattito politico susseguente allo scandalo di Tangentopoli.

Le rivolte

La seconda metà degli anni '70 si spendeva con un certo affanno fra problemi di capitale importanza: la crisi economica-energetica, la disoccupazione, gli scioperi, il terrorismo, solo per dirne alcuni. Si suole indicare nel 1977 l'annus horribilis (secondo alcuni punti di vista) delle rivolte: echi sessantottini vibravano di nuovo fra gli studenti, riverberi della lotta di classe animavano il "confronto", cioè il conflitto, fra i sindacati e le imprese, e molti da molte classi sociali si rivoltavano in armi contro avversari politici ed istituzioni.

Anche Berlinguer si rivoltò contro la pregiudiziale che impediva al suo partito di accostarsi alla gestione del Paese. Mandò avanti Giorgio Amendola, rappresentante prestigioso (anche per tradizione familiare) dell'ala moderata del partito e uomo capace di dialogare coi non comunisti, che proclamò che l'ora era suonata per "far parte a pieno titolo del governo". Esattamente il giorno successivo alla sortita, ma la si è sempre considerata una coincidenza, gli Stati Uniti sostituirono il loro ambasciatore a Roma John Volpe, con Richard Newton Gardner e, sempre lo stesso giorno, oltreoceano iniziò una campagna di stampa con cui si sosteneva che impedire l'accesso ai governi europei dei partiti comunisti fosse un dovere costituzionale americano. A pochissime ore di distanza, Berlinguer volava in Romania per incontrare il presidente-dittatore Nicolae Ceauşescu.

Pochi giorni ancora e "L'Unità" avrebbe iniziato a parlare della ancora segreta loggia P2. Ancora un brevissimo intervallo e si ebbe la visita in Italia del vicepresidente americano Walter Mondale.

Non restava immobile la Russia, che attraverso la Pravda si scagliò contro il movimento dissidente cecoslovacco "Charta 77", provocando una immediata reazione di protesta da parte dei partiti comunisti avvicinatisi alle posizioni berlingueriane, ed ovviamente dello stesso leader. Malgrado il crescere della distanza, però, fu successivamente ricostruito che proprio in questa fase il KGB aveva fatto giungere al PCI finanziamenti segreti di importo davvero rilevante.

Nel febbraio 1977 fu Ugo La Malfa a dichiarare per primo, pubblicamente, la necessità di un governo di emergenza comprendente i comunisti, ma la proposta fallì per il dissenso democristiano e socialdemocratico.

Il '78

Il 1978 fu l'anno del destino, per il PCI.

Iniziò presto, con un incontro subito dopo Capodanno, fra Berlinguer e Bettino Craxi, al termine del quale fu rilasciata una nota indicativa di ufficiale "identità di vedute", espressione tradotta dagli analisti come una sorta di "via libera" (o di "non nocet") del PSI alle manovre del segretario comunista. Delle quali, già cominciate da molti mesi, si poteva ora parlare anche pubblicamente.

Dopo una paziente opera di ricerca di possibili strategie di accesso pur parziale al governo, Berlinguer pareva aver individuato in Aldo Moro l'interlocutore più adatto alla costruzione di un progetto concreto.

Moro era il presidente della DC, e condivideva con il leader comunista alcune caratteristiche molto invitanti per potervi intessere un dialogo potenzialmente utile: erano entrambi sottili intellettuali, lungimiranti politici ed abili nonché pazienti strateghi. Fu Moro a parlare per primo di possibili "convergenze parallele", sebbene non propriamente in relazione ai desiderata del politico sardo, ma fu lo stesso Moro a mobilitare l'apparato democristiano per verificare la possibilità di convertire ad utile accordo la sterile distanza che sino ad allora aveva diviso DC e PCI.

Dai clandestini iniziali contatti, sinché possibile per interposta persona, si passò in seguito ad una minima frequentazione diretta nella quale andava assumendo forma e contenuti il progetto del compromesso storico.

Moro individuava nell'alleanza con il demonizzato avversario un possibile alleato che gli avrebbe consentito di superare il momento di gravissima crisi istituzionale e di credibilità dello stesso apparato democratico repubblicano (screditato anche dalle campagne comuniste sulla questione morale), coinvolgendo l'opposizione nel governo e dunque assicurando il minimo necessario di consenso perché il Paese potesse sopravvivere a sé stesso in simili ambasce. Nell'aborrita DC, Berlinguer vedeva invece primariamente (ma non solo semplicemente) quel possibile cavallo di Troia grazie al quale avrebbe potuto portare finalmente il suo partito alla responsabilità di governo. Entrambi, è stato sostenuto, potevano aver condiviso il timore che la crisi in cui versava il Paese potesse dar adito a soluzioni di tipo cileno, come già anni prima paventato dallo stesso Berlinguer, sebbene ora un'eventuale presa forzosa del potere potesse essere tentata da organizzazioni tanto filo-americane quanto filo-sovietiche. Il compromesso storico, in quest'ottica, poteva porre il paese al riparo da eventuali azioni dell'uno e dell'altro fronte.

Delle tante motivazioni addotte per spiegare le ragioni di un simile passo, le più elegante vuole che due grandi politici (il termine statisti non è per cause di fatto applicabile anche a Berlinguer) abbiano rispettivamente cercato interlocutori di pari calibro, forse stanchi di almanaccare possibili machiavelliche composizioni di coalizione con soggetti non casualmente di minor peso specifico.

Ad ogni buon conto, Berlinguer fu intanto ammesso, primo comunista italiano, a lavori para-governativi, come le riunioni dei segretari dei partiti della maggioranza, in qualità di esterno interessato.

Mentre Moro veniva definitivamente prosciolto dagli addebiti giudiziari in relazione allo scandalo Lockheed, che lo aveva infastidito sin da quando aveva cominciato a guardare ad una possibile intesa coi comunisti, si preparava nel marzo del 1978 il governo Andreotti, cui il PCI avrebbe dovuto fornire appoggio esterno (avrebbe cioè dovuto garantire astensione o favore, ma non opposizione), in attesa di una fase successiva nella quale ammetterlo definitivamente ed a pieno titolo nelle coalizioni. Nasceva, questo governo, con alcuni membri assolutamente sgraditi al PCI, come Antonio Bisaglia e Gaetano Stammati, la cui inclusione nella compagine ministeriale era stata operata da Andreotti giusto la notte precedente la presentazione alle Camere; insieme con Alessandro Natta, capogruppo alla Camera, Berlinguer dovette perciò sveltamente decidere di ritirare l'appoggio al governo, rinunciando alla partecipazione del PCI alla maggioranza.

La stessa mattina del 16 marzo, giorno previsto per la presentazione parlamentare del governo tanto faticosamente messo insieme, e ad accordi appena infranti, Moro fu rapito (e sarebbe poi stato ucciso) dalle Brigate Rosse. Berlinguer intuì immediatamente la "calcolata determinazione" di un attacco che pareva studiato per mandare a pallino tutto il lavoro occorso per raggiungere la solidarietà nazionale e propose di concedere a questo pur non accetto governo la fiducia nel più breve tempo possibile, per potergli assicurare pienezza di funzioni in un momento cruciale della democrazia italiana. La fiducia fu dunque data, ma non senza che Berlinguer precisasse per bene che l'espediente di Andreotti, che suonava di repentina modifica unilaterale di accordi lungamente elaborati, era stato soltanto "superato dagli eventi", la questione non era in realtà affatto chiusa, solo rinviata. Se Moro non fosse stato rapito, il PCI avrebbe dato battaglia ad Andreotti, ma "sia pure faticosamente e in modo non pienamente adeguato alla situazione", gli fu risparmiato.

Durante il sequestro Moro, Berlinguer prese posizione insieme al cosiddetto "fronte della fermezza", del tutto contrario a qualsiasi tipo di trattativa con i terroristi, i quali avevano chiesto la liberazione di alcuni detenuti in cambio di quella dello statista. Dalla detenzione, Moro scrisse una frase che secondo alcuni era forse diretta al segretario comunista e ad Andreotti: "Il governo è in piedi e questa è la riconoscenza che mi viene tributata per questa come per tante altre imprese".

Il ritorno all'opposizione

Dopo il tragico epilogo della vicenda di Moro, l'unico effetto di rilievo sulla DC parvero le dimissioni di Cossiga, che era ministro dell'interno. Il PCI restava fuori della maggioranza, Berlinguer non partecipava più alle riunioni a 6, insieme ai segretari del "pentapartito", il governo Andreotti restava dov'era, sempre con Bisaglia e Stammati a bordo.

Fu nel giugno del 1978, un mese dopo la morte di Moro, che esplose con inaudita virulenza il caso del presidente della Repubblica Giovanni Leone, che grazie ad una campagna cui il PCI aveva già dato un contributo fondamentale (e che a questo punto omise di ritirare), fu costretto alle dimissioni. Oltre al rancore verso Andreotti, cui si doveva un governo diverso da quello concordato (e che avrebbe dovuto presentare dimissioni almeno di cortesia, in caso di elezione di un nuovo capo dello stato), si è supposto che la campagna scandalistica sia stata ulteriormente indurita da Berlinguer per poter insinuare al Quirinale qualcuno meno avvinto dalla pregiudiziale anticomunista di quanto non fossero stati i presidenti precedenti.

Quando si cominciò a parlare di Sandro Pertini come di un possibile candidato, si disse che Berlinguer avrebbe regalato uno dei suoi rari (almeno in pubblico) sorrisi: l'anziano esponente partigiano, sanguigno quanto radicale nei suoi modi, e non meno deciso nei suoi indirizzi, poteva sembrare davvero immune dalla voga anticomunista e lo si sospettava, lui che aveva addirittura sparato plateali fucilate contro una residenza di Umberto II di Savoia, assai distante da certe cerchie di intricati interessi di potere. Poteva essere, stimarono i comunisti, il momento di contare i voti delle sinistre, per verificare la possibilità di un "governo delle sinistre".

L'elezione di Pertini, in realtà, piaceva a molti settori della politica. Da parte dei socialisti, nel cui partito militava, vi era ovviamente la soddisfazione per la nomina di una figura amica, che avrebbe potuto accrescere la capacità di influenza del partito craxiano. Da parte democristiana (dalla quale si era barattata la candidatura con la persistenza al governo), Pertini era ritenuto poco pericoloso, almeno fintantoché fossero proseguiti i buoni rapporti con il Garofano. Ed anche i post-risorgimentali repubblicani, guardavano a possibili riprese di prestigio (e di influenza politica) con un nuovo scenario che premiava con la carica uno degli storici partiti italiani.

L'entusiasmo di Berlinguer fu però di breve durata, poiché non solo Andreotti non si dimise, ma addirittura successe a sé stesso, con l'Andreotti quinquies, sul principio dell'anno successivo.

Il PCI fu quindi escluso dalle relazioni fra i partiti della maggioranza, e si apprestò a tornare al suo più sobrio ruolo di opposizione.

L'uscita di scena

L'Unità riporta la notizia della morte del leader comunista
L'Unità riporta la notizia della morte del leader comunista

Dopo una legislatura da parlamentare europeo (eletto nel 1979 per le liste del PCI), in vista delle successive elezioni del 1984 Berlinguer si recò a Padova il 7 giugno, dove effettuò un appassionato comizio. Poco dopo aver pronunciato la frase: "Compagni, proseguite il vostro lavoro casa per casa, strada per strada" venne colpito da un ictus e crollò, pallido e stremato, sul palco di Piazza della Frutta. Le persone che lo stavano ascoltando lo trasportarono prima in albergo e poi in ospedale, ma i soccorsi furono vani: un comunicato datato 11 giugno del sovrintendente sanitario affermò che il politico sardo era venuto a mancare alle 12:45.

L'emozione suscitata dalla sua scomparsa contribuì al successo elettorale del PCI, che a sorpresa ed in quell'unica occasione, nelle consultazioni continentali, divenne il primo partito italiano con il 33,3% dei voti contro il 33% ottenuto dalla Democrazia cristiana. Milioni di persone parteciparono al suo funerale (il corteo con la bara sfilò da Padova a Venezia), rendendo così palese l'ammirazione che una larga parte dell'opinione pubblica italiana aveva nei suoi confronti.

Soprannominato, da subito, "il più amato" (in contrapposizione con Palmiro Togliatti che era "il migliore"), Berlinguer fu sostituito alla guida del PCI da Alessandro Natta, il "giacobino".

Curiosità

  • Era cugino di Francesco Cossiga.
  • Il cugino dell'uomo politico sardo, Luigi Berlinguer, è stato ministro della Pubblica Istruzione e senatore tra le file dei Democratici di Sinistra, mentre il fratello Giovanni è leader della corrente 'Sinistra DS - Per Tornare a Vincere' nello stesso partito. La figlia Bianca è giornalista e da anni conduce telegiornali e approfondimenti per il TG3. il figlio Marco è membro della Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista.
  • Il cognome Berlinguer è catalano. In italiano si pronuncia Berlinguèr.
  • Enrico Berlinguer, contemporaneamente ad Aristotele Onassis, aveva commissionato alla Ghia la costruzione di una fuoriserie da spiaggia, da utilizzare nella sua casa al mare in sardegna. La vettura, una delle sei Ghia "Jolly" costruite su base Autobianchi, è stata malauguratamente demolita negli anni '90.

Bibliografia

Scritti di E. Berlinguer

  • E. Berlinguer, La politica internazionale dei comunisti italiani, Roma, Editori Riuniti, 1972.
  • E. Berlinguer, La questione comunista, Roma, Editori Riuniti, 1975
  • E. Berlinguer, La crisi italiana. Scritti su Rinascita, Roma, Rinascita, 1985

Riferimenti bibliografici

  • M. D'Alema, La sinistra nell'Italia che cambia, Milano, Feltrinelli, 1977.
  • F. Rodano, Questione democristiana e Compromesso storico, Roma, Editori Riuniti, 1977.
  • A. Tatò (a cura di), Comunisti e mondo cattolico oggi, Roma, Editori Riuniti, 1977.
  • G. Napolitano, In mezzo al guado, Roma, Editori Riuniti, 1979.
  • A. Tatò (a cura di), Conversazioni con Berlinguer, Roma, Editori Riuniti, 1984
  • A. Schiavone, Per il nuovo PCI, Roma-Bari, Laterza, 1985.
  • C. Valentini, Berlinguer, Milano, Mondadori, 1985.
  • L. Paggi, M. D'Angelillo, I comunisti italiani e il riformismo, Torino, Einaudi, 1986
  • G. Vacca, Tra compromesso e solidarietà, Roma, Editori Riuniti, 1987.
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Predecessore: Segretario del Partito Comunista Italiano Successore: Falce e martello
Luigi Longo 1972 - 1984 Alessandro Natta I
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MPE italiano Gruppo Lista di elezione Partito italiano Area Preferenze
1979 - 1984 Gruppo comunista PCI PCI - -


 

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