VETRINA DI WIKIPEDIA
Gaṇeśa
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Presso la religione induista, Gaṇeśa (dal sanscrito gana - "moltitudine", e isha - "signore", lett. "Signore di tutti gli esseri"), spesso anglicizzato in Ganesha o Ganesh, è una delle rappresentazioni di Dio più conosciute e venerate; figlio primogenito di Śiva e Parvati, viene raffigurato con una testa di elefante provvista di una sola zanna, ventre pronunciato e quattro braccia, mentre cavalca o viene servito da un topo, suo veicolo. Spesso è rappresentato seduto, con una gamba sollevata da terra e ripiegata sull'altra. Tipicamente, il suo nome è preceduto dal titolo di rispetto induista, Śrī.
Il culto di Gaṇeśa è molto diffuso, anche al di fuori dell'India; i devoti di Gaṇeśa si chiamano Ganapatya.
Simbologia
Come per ogni altra forma con la quale l'Induismo
rappresenta Dio, inteso come l'aspetto personale di
Brahman (detto anche
Ishvara, il Signore), anche la figura di
Gaṇeśa è un
archetipo carico di molteplici significati e
simbolismi che esprimono uno stato di perfezione, e
il modo per raggiungerla;
Gaṇeśa è infatti il
simbolo di colui che ha scoperto la Divinità in sé
stesso.
Egli rappresenta il perfetto equilibrio tra energia
maschile (Shiva) e femminile (Shakti),
ovvero tra forza e dolcezza, tra potenza e bellezza;
simboleggia inoltre la capacità discriminativa che
permette di distinguere la verità dall'illusione, il
reale dall'irreale.
Una descrizione di tutte le caratteristiche e gli attributi di Gaṇeśa si può trovare nella Ganapati Upaniṣad (una Upaniṣad dedicata a Gaṇeśa) del rishi Atharva, nella quale Gaṇeśa è identificato con il Brahman e con Ātman [1]. In questo Inno Vedico, inoltre, è contenuto uno dei mantra più famosi associati a questa divinità: Om Gam Ganapataye Namah (lett. Mi arrendo a Te, Signore di tutti gli esseri).
Nei Veda si trova anche una delle preghiere a Gaṇeśa più salmodiate, che costituisce l'inizio del Ganapati Prarthana:
- Om gananam tva ganapatigm havamahe kavim
kavinamupamashravastamam
- jyeshtarajam brahmanam brahmanaspata a nah
shrunvannutibhih sida sadanam
- (Rig Veda 2.23.1)
Il Signore del Buon Auspicio
In termini generali, Gaṇeśa è una divinità molto amata ed invocata, poiché è il Signore del buon auspicio che dona prosperità e fortuna, il Distruttore degli ostacoli di ordine materiale o spirituale; per questa ragione se ne invoca la grazia prima di iniziare una qualunque attività, come ad esempio un viaggio, un esame, un colloquio di lavoro, un affare, una cerimonia, o un qualsiasi evento importante. Per questo motivo è tradizione che tutte le sessioni di bhajan (canti devozionali) comincino con una invocazione a Gaṇeśa, Signore del "buon inizio" dei canti.
È inoltre associato con il primo chakra, che rappresenta l'istinto di conservazione e sopravvivenza, la procreazione ed il benessere materiale.
Attributi corporei
Ogni elemento del corpo di Gaṇeśa ha una sua valenza ed un suo proprio significato:
- la testa d'elefante indica fedeltà, intelligenza e potere discriminante;
- il fatto che abbia una sola zanna (e l'altra spezzata) indica la capacità di superare ogni dualismo;
- le larghe orecchie denotano saggezza, capacità di ascolto e di riflessione sulle verità spirituali;
- la proboscide ricurva sta ad indicare le potenzialità intellettive, che si manifestano nella facoltà di discriminazione tra reale ed irreale;
- sulla fronte ha raffigurato il Tridente (simbolo di Śiva), che simboleggia il Tempo (passato, presente e futuro) ne attribuisce a Gaṇeśa la padronanza;
- il ventre obeso è tale poiché contiene infiniti universi, rappresenta inoltre l'equanimità, la capacità di assimilare qualsiasi esperienza con sereno distacco, senza scomporsi minimamente;
- la gamba che poggia a terra e quella sollevata indicano l'atteggiamento che si dovrebbe assumere partecipando alla realtà materiale e a quella spirituale, ovvero la capacità di vivere nel mondo senza essere del mondo;
- le quattro braccia di
Gaṇeśa rappresentano i quattro attributi
interiori del
corpo sottile, ovvero: mente, intelletto,
ego, coscienza condizionata;
- in una mano brandisce un'ascia, simbolo della recisione di tutti i desideri, apportatori di sofferenza;
- nella seconda mano stringe un lazo, simbolo della forza che lega il devoto all’eterna beatitudine del Sé;
- la terza mano, rivolta al devoto, è in un atto di benedizione (abhaya);
- la quarta mano tiene un fiore di loto (padma), che simboleggia la più alta meta dell’evoluzione umana.
Il Signore la cui forma è OM
Gaṇeśa è anche definito Omkara o Aumkara, ovvero "avente la forma della Om (o Aum)" (v. paragrafo I nomi di Gaṇeśa). Infatti, la forma del suo corpo ricalca il contorno della lettera sanscrita che indica il celeberrimo Bija Mantra; per questo Gaṇeśa è considerato l'incarnazione del Cosmo intero, Colui che sta alla base di tutto ciò che è manifesto (Vishvadhara, Jagadoddhara).
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In lingua Tamil, la sacra sillaba è indicata da un carattere la cui forma ricorda la sagoma della testa d’elefante di Gaṇeśa. Questo particolare è simbolo dell'identificazione di Gaṇeśa con la Om, l'identificazione di Dio con il Verbo ("In principio era il Verbo, / il Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio." Giovanni 1,1), ovvero il suono primordiale che da Lui scaturisce generando l'intero universo manifesto. |
La zanna spezzata
La zanna spezzata di Gaṇeśa, come si è visto, indica principalmente la capacità di superare o "spezzare" la dualità; tuttavia, questo è un simbolo che può assumere vari significati.
- Un elefante ha, di norma, due zanne. Anche la mente propone spesso due alternative: quella buona e quella cattiva, l'eccellente e l'espediente, il fatto e la fantasia che la porta fuori strada. Per fare qualsiasi cosa, la mente deve comunque diventare determinata. La testa di elefante del Signore Gaṇeśa ha quindi una sola zanna per cui Egli è chiamato "Ekadantha", che significa "Colui che ha una sola zanna", per ricordare ad ognuno che si deve possedere la determinazione mentale.
- (Sathya Sai Baba)
Ci sono vari aneddoti che spiegano l'origine di questo particolare attributo (v. paragrafo Come si ruppe la zanna di Gaṇeśa?).
Gaṇeśa e il Topo
La cavalcatura di Gaṇeśa è un piccolo topo (Mushika o Akhu), che rappresenta l'ego, la mente con tutti i suoi desideri, la bramosia dell'individuo; Gaṇeśa, cavalcando il topo, diviene padrone (e non schiavo) di queste tendenze, indicando il potere che l'intelletto e la discriminazione hanno sulla mente. Inoltre il topo (per natura estremamente vorace), viene spesso raffigurato a fianco di un piatto di dolci, con lo sguardo rivolto a Gaṇeśa mentre tiene un boccone stretto tra le zampe, come in attesa di un suo ordine; rappresenta la mente che è stata completamente assoggettata alla facoltà superiore dell'intelletto, la mente sottoposta ad un ferreo controllo, che fissa Gaṇeśa e non si accosta al cibo se non ne riceve il permesso.
Sposato o celibe?
È interessante notare come, secondo la tradizione, Gaṇeśa sia stato generato dalla Madre Parvati senza l'intervento del marito Śiva; infatti Śiva, essendo eterno (Sadashiva), non sentiva alcuna necessità di avere figli. Così Gaṇeśa nacque dall’esclusivo desiderio femminile di Parvati di creare. Di conseguenza, la relazione di Gaṇeśa con la propria madre è unica e speciale.
Questa devozione è la ragione per la quale la tradizione dell'India del sud lo rappresenta come celibe (v. l'aneddoto Devozione alla Madre). Si dice che Gaṇeśa, ritenendo sua madre Parvati la donna più bella e perfetta dell'universo, abbia esclamato: "Portatemi una donna bella come lei ed io la sposerò".
Nell'India del nord, invece, Gaṇeśa è spesso raffigurato sposato alle due figlie di Brahma: Buddhi (intelletto) e Siddhi (potere spirituale). In altre raffigurazioni le sue consorti sono Sarasvathi (dea della cultura e dell'arte) e Lakṣmī (dea della fortuna e della prosperità), a simboleggiare che queste qualità accompagnano sempre colui che ha scoperto la propria Divinità interiore.
Aneddoti mitologici
Come ottenne una testa di elefante?
L'articolata
mitologia induista presenta tante storie che
spiegano in che modo
Gaṇeśa ottenne una testa di elefante; spesso
l'origine di questo particolare attributo si trova negli
stessi aneddoti che riguardano la sua nascita.
Nelle storie in questione, inoltre, si raccontano anche
varie ragioni che rivelano l’origine dell’enorme
popolarità del suo culto.
Decapitato e rianimato da Śiva
La storia più conosciuta è probabilmente quella tratta dallo Śiva Purana: una volta Madre Parvati volle fare un bagno nell’olio, per cui creò un ragazzo dalla farina di grano di cui si era cosparsa il corpo e gli chiese fare la guardia davanti alla porta di casa, raccomandando di non far entrare in casa nessuno. In quel frangente Śiva tornò a casa e, trovando sulla porta uno sconosciuto che gli impediva di entrare, si arrabbiò e lo decapitò con il suo tridente. Parvati ne fu molto addolorata e Śiva, per consolarla, inviò le proprie schiere celesti (Gana) a trovare e prendere la testa di qualsiasi creatura avessero trovata addormentata con il capo rivolto a nord. Essi trovarono un elefante che dormiva in tal modo, e ne presero la testa; Śiva la attaccò al corpo del ragazzo, lo resuscitò e lo chiamò Ganapathi, o capo delle schiere celesti, concedendogli che chiunque lo adorasse prima di iniziare qualsiasi attività.
Shiva e Gajasura
Un'altra
leggenda riguardante l’origine di
Gaṇeśa narra che, una volta, ci fosse un
Asura (demone) dalle sembianze di elefante chiamato
Gajasura, il quale eseguì una penitenza (o
tapas); Śiva, soddisfatto di questa austerità,
decise di concedergli in dono qualsiasi cosa
desiderasse. Il demone voleva che dal suo corpo si
emanasse continuamente del
fuoco, in modo che nessuno osasse avvicinarlo; il
Signore glielo concesse. Gajasura proseguì la sua
penitenza e Śiva, che gli appariva davanti di tanto in
tanto, gli chiese nuovamente che cosa desiderasse; il
demone rispose: “Io desidero che Tu risieda nel mio
stomaco”.
Shiva esaudì la richiesta e vi prese dimora. Infatti,
Śiva è anche conosciuto come Bhola Shankara,
poiché una deità facile da propiziare; quando è
soddisfatto di un devoto gli concede qualunque cosa
chieda, e questo a volte genera situazioni
particolarmente intricate. Fu così che Parvati, sua
moglie, lo cercò ovunque senza risultato; come ultima
risorsa si recò dal proprio fratello
Viṣṇu, chiedendogli di trovare suo marito.
Egli, che conosce tutto, la rassicurò: “Non
preoccuparti, cara sorella, tuo marito è Bhola Shankara
e concede prontamente qualunque grazia il Suo devoto Gli
chieda, senza prenderne in considerazione le
conseguenze; per cui penso che si sia cacciato in
qualche guaio. Scoprirò cosa è accaduto”.
Allora
Viṣṇu,
l’onniscente regista del gioco cosmico, inscenò una
piccola commedia: tramutò
Nandi (il toro di Śiva) in un toro danzatore e lo
condusse al cospetto di Gajasura, assumendo nel contempo
le sembianze di un suonatore di flauto. L’incantevole
esecuzione del toro mandò in estasi il demone, il quale
chiese al suonatore di flauto di esprimere un desiderio;
il
Viṣṇu musicante allora rispose: “Puoi darmi
quello che ti chiedo?” Gajasura replicò: “Per chi
mi hai preso? Io posso darti subito qualunque cosa tu
chieda”. Il suonatore quindi disse: “Se è così,
libera dunque dal tuo stomaco Śiva che vi si trova”.
Gajasura capì allora come questi non fosse altri che
Viṣṇu
Stesso, l’unico che potesse conoscere quel segreto, così
si gettò ai suoi piedi e, liberato Śiva, Gli chiese un
ultimo dono: “Io sono stato benedetto da Te con molti
doni; la mia ultima richiesta è che tutti mi ricordino
adorando la mia testa quando sarò morto”. Śiva
condusse allora lì il proprio figlio, la cui testa venne
sostituita con quella di Gajasura. Da allora, in
India è viva la tradizione per cui qualunque
iniziativa, per essere prospera, deve cominciare con
l’adorazione di
Gaṇeśa; questo è il risultato del dono di Śiva a
Gajasura.
Lo sguardo di Shani
Una storia poco celebre riguardante le origini di
Gaṇeśa si trova nel
Brahma Vaivarta Purana: Śiva chiese a Parvati, la
quale desiderava avere un figlio, di compiere un
particolare sacrificio (punyaka vrata) per un
anno, in modo da appagare
Viṣṇu.
Dopo il completamento del sacrificio, il Signore
Kṛṣṇa promise a Parvati di incarnarsi come
suo figlio, all'inizio di ogni
kalpa o era cosmica. Così
Kṛṣṇa
nacque come un bellissimo bambino, con grande gioia di
Parvati che volle celebrare la miracolosa nascita. Tutti
gli dèi e le dee si riunirono per gioire della nascita.
Shani, figlio di
Surya (il deva del sole), era presente ma si rifiutò
di guardare il neonato; disturbata dal suo
comportamento, Parvati gliene chiese la ragione, e Shani
rispose che se avesse guardato il bambino lo avrebbe
ferito. In seguito all’insistenza di Parvati, Shani
volse lo sguardo e, non appena i suoi occhi si posarono
sul neonato, la sua testa fu tagliata all’istante. Tutte
le deità presenti si disperarono, per cui
Viṣṇu
si precipitò sulle rive del fiume
Pushpabhadra e tornò con la testa di un giovane
elefante, e la unì al corpo del bambino infondendogli
nuova vita.
Viṣṇu
benedì il bambino, promettendogli che egli sarebbe stato
adorato prima di qualunque altra deità, e che sarebbe
stato il migliore tra gli
yogi; allo stesso modo Śiva lo pose a capo delle sue
truppe e lo benedì, affermando che qualsiasi ostacolo,
di qualsiasi entità, sarebbe stato superato pregando
Gaṇeśa.
Come si ruppe la zanna di Gaṇeśa?
Ci sono vari aneddoti che spiegano come Gaṇeśa si spezzò una zanna.
Gaṇeśa scriba
La prima parte del poema epico del Mahābhārata dichiara che il saggio Vyāsa chiese a Gaṇeśa di trascrivere il poema sotto la sua dettatura; Gaṇeśa acconsentì, ma solo alla condizione che Vyāsa avrebbe dovuto recitare il poema ininterrottamente, senza alcuna pausa. Il saggio, allora, pose a propria volta una ulteriore condizione: Gaṇeśa avrebbe non solo dovuto scrivere, ma comprendere tutto ciò che udiva ancor prima di scriverlo. In questo modo Vyāsa avrebbe potuto riprendersi un poco dal suo continuo parlare, semplicemente recitando un verso difficile da capire. La dettatura cominciò, ma nella foga della scrittura il pennino di Gaṇeśa si ruppe, così egli si spezzò una zanna e la usò come penna affinché la trascrizione potesse andare avanti senza interruzioni, così da permettergli di mantenere la parola data [2].
Gaṇeśa e Parashurama
Un giorno Parashurama, un avatar di Viṣṇu, si recò a fare visita a Śiva, ma lungo la strada fu bloccato da Gaṇeśa. Parashurama si scagliò contro di lui con la sua ascia, e Gaṇeśa (sapendo che quell’ascia gli era stata donata da Śiva) acconsentì a farsi colpire, perdendo così una zanna che fu tagliata.
Gaṇeśa e la Luna
Si racconta che un giorno Gaṇeśa, dopo ricevuto da moltissimi adoratori una gran quantità di dolci (Modak), per digerire meglio quell'impressionante mole di cibo, decise di fare una passeggiata; salì sul topo che utilizza come veicolo e partì. Era una notte magnifica e la Luna splendeva. All’improvviso spuntò un serpente che spaventò a morte il topo, il quale sussultando fece cadere il suo cavaliere. Il grosso stomaco di Gaṇeśa venne schiacciato e, troppo pieno, scoppiò; tutti i dolci che aveva mangiato si sparsero attorno a lui. Tuttavia, egli era troppo intelligente per prendersela a causa di questo incidente, per cui senza perdere tempo in inutili lamentele, si preoccupò soltanto di risolvere al meglio la situazione: prese il serpente che aveva causato l’incidente e lo utilizzò come cintura per tenere chiuso il suo addome e bendare la ferita; e, soddisfatto, salì nuovamente sul topo e riprese il suo giro. Chandra, il deva della Luna, nel vedere la buffa scena scoppiò a ridere e si prese gioco di Gaṇeśa; questi allora ritenne giusto punire il deva per la sua arroganza, quindi si spezzò una zanna e la lanciò contro la Luna spaccandone a metà il viso luminoso. Egli la maledisse, decretando che chiunque l'avesse guardata sarebbe stato perseguitato dalla sfortuna. Chandra, rendendosi conto del proprio errore, chiese perdono e pregò Gaṇeśa di ritirare la maledizione; ma una maledizione non può essere revocata, soltanto attenuata, così Gaṇeśa condannò la Luna a crescere e calare in intensità secondo cicli di 15 giorni, e stabilì che chiunque l’avesse guardata durante la festività di Vinayaka Chaturthi sarebbe stato colpito dalla sfortuna. Così, in certi momenti la luce della Luna si sarebbe spenta, per poi ricominciare poco a poco ad apparire; ma la sua faccia sarebbe rimasta intera soltanto per un brevissimo periodo di tempo, perché poi si sarebbe nuovamente “spaccata” fino a scomparire.
Gaṇeśa, Capo delle Schiere Celesti
Una volta fu indetta una grande gara tra i Deva per scegliere tra essi il capo dei Gana (le truppe di semidèi al servizio di Śiva). I concorrenti avrebbero dovuto fare velocemente il giro del mondo e ritornare ai Piedi di Śiva. Gli Dei partirono sui propri veicoli, ed anche lo stesso Gaṇeśa partecipò con entusiasmo alla gara; ma aveva una grossa corporatura, e per veicolo un topo! Naturalmente, procedeva con notevole lentezza e ciò gli era di grande svantaggio. Non aveva ancora fatto molta strada, quando gli apparve davanti il saggio Narada (figlio di Brahma), che gli chiese dove fosse diretto. Gaṇeśa fu molto seccato e andò su tutte le furie, poiché era considerato infausto il fatto che, non appena s’iniziasse un viaggio, si incontrasse un Brahmino solitario. Nonostante Narada fosse il più grande dei bramini, figlio dello stesso Brahma, ciò rimaneva comunque di cattivo auspicio. Inoltre, non era considerato buon segno ricevere la domanda "Dove sei diretto?" quando ci si stava dirigendo da qualche parte; quindi Gaṇeśa si sentì doppiamente sfortunato. Tuttavia, il grande brahmino riuscì a calmare la sua collera. ll figlio di Śiva gli raccontò il motivo della sua tristezza e il suo desiderio di vincere; Narada lo consolò, esortandolo a non disperarsi, e gli diede un consiglio:
"Così come un grande albero nasce da un singolo seme, il nome di Rama è il seme da cui si è sprigionato quell’immenso albero chiamato Universo. Perciò, scrivi per terra il nome "Rama", fai un giro intorno ad esso, e precipitati da Śiva a reclamare il tuo premio."
Gaṇeśa tornò da suo padre, il quale gli chiese come avesse potuto fare così in fretta. Rispose, raccontandogli la storia ed il suggerimento di Narada; Śiva, soddisfatto della saggia risposta alla sua domanda, dichiarò vincitore suo figlio il quale da quel momento fu acclamato con il nome di Ganapati (Conduttore delle schiere celesti) e Vinayaka (Maestro di tutti).
L'appetito di Gaṇeśa
Gaṇeśa è anche il distruttore della vanità, dell'egoismo e dell'orgoglio.
Un aneddoto tratto dai
Purana narra che il tesoriere di
Svarga (il paradiso) e dio della ricchezza,
Kubera, si recò un giorno sul monte
Kailasa per ricevere il
darshan (la visione) di
Śiva. Poiché era molto vanitoso, lo invitò ad una
cena nella sua sfarzosa città, Alakapuri, in modo
da potergli esibire tutte le sue ricchezze. Śiva sorrise
e gli disse: "Non posso venire, ma puoi invitare mio
figlio
Gaṇeśa. Ti avverto che è un vorace mangiatore!".
Per nulla preoccupato, Kubera si sentiva pronto a
soddisfare con la sua opulenza anche una fame
insaziabile come quella di
Gaṇeśa. Prese con sé il piccolo figlio di Śiva e
lo portò nella sua città; lì gli offrì un bagno
cerimoniale e lo rivestì di abiti sontuosi. Dopo questi
riti iniziali, iniziò il grande banchetto. Mentre la
servitù di Kubera si impegnava al massimo per servire
tutte le portate, il piccolo
Gaṇeśa si mise a mangiare, mangiare e mangiare...
Il suo appetito non si arrestò neppure dopo aver
divorato i piatti destinati agli altri ospiti; non c'era
nemmeno il tempo di sostituire una portata all'altra,
che
Gaṇeśa aveva già divorato tutto e, con segni di
impazienza, attendeva nuovo cibo. Divorato tutto quanto
era stato preparato,
Gaṇeśa prese a mangiare decorazioni,
suppellettili, mobili, lampadari... Atterrito, Kubera si
prostrò davanti al piccolo onnivoro e lo supplicò di
risparmiargli il resto del palazzo.
"Ho fame. Se non mi dài altro da mangiare, divorerò
anche te!", disse a Kubera. Questi, disperato, si
precipitò sul monte Kailasa per chiedere a Śiva un
rimedio urgente. Il Signore gli diede allora una
manciata di
riso abbrustolito, dicendo che quello l'avrebbe
saziato;
Gaṇeśa aveva già ingurgitato quasi tutta la
città, quando Kubera gli donò umilmente il riso. Con
quel cibo, finalmente
Gaṇeśa si saziò e si calmò.
Devozione alla Madre
Una volta, da bambino, il piccolo Gaṇeśa stava giocando con un gatto e inavvertitamente lo ferì. Quando tornò a casa, trovò la madre Parvati dolorante e ferita; le chiese come si fosse fatta male, ed ella rispose che la responsabilità non era di altri se non dello stesso Gaṇeśa. Sorpreso, egli le domandò quando questo fosse successo. Parvati spiegò che, in quanto "Energia Divina" (o Shakti), Lei è immanente in tutti gli esseri; quando Gaṇeśa ferì il gatto, anche Parvati fu ferita. Gaṇeśa realizzò che tutte le donne erano unicamente manifestazioni di sua Madre, e decise di non sposarsi. Fu così che rimase un Brahmachari, ovvero "celibe a vita"; ma d’altronde, non avendo desideri, Gaṇeśa non sentiva alcuna necessità di avere delle mogli o dei figli.
I nomi di Gaṇeśa
Come per tutte le altre
Murti induiste, anche
Gaṇeśa è invocato attraverso innumerevoli
appellativi che si riferiscono ai suoi attributi e
caratteristiche.
Alcuni di essi:
- Ganapathi, Conduttore delle schiere celesti (Gana)
- Gananatha, Signore delle schiere celesti
- Gananayaka, Maestro di tutti gli esseri
- Omkaresha o Omkareshvara, Signore la cui forma è OM
- Gajavadana, Signore dalla testa di elefante
- Gajanana, Signore dal volto di elefante
- Vinayaka, Colui al di sopra del quale non esistono Maestri
- Vighneshvara, Signore degli ostacoli
- Vighna Vinashaka, Distruttore degli ostacoli
- Vishvadhara o Jagadoddhara, Colui che regge l'Universo
- Vishvanatha o Jagannatha, Signore dell'Universo
- Mushika Vahana, Colui che cavalca il topo
- Lambodhara, dal grosso ventre
- Vakratunda, dalla proboscide ricurva
- Ekadanta, dall'unica zanna
- Shupakarna, dalle larghe orecchie
Un'altra murti molto amata è quella di Bala
Gajanana o Bala
Gaṇeśa (lett. piccolo
Gaṇeśa o
Gaṇeśa bambino), in cui un giovanissimo
Gaṇeśa dalla piccola proboscide e dai grandi
occhi viene raffigurato in braccio ai Genitori Divini,
oppure mentre abbraccia dolcemente il
Lingam, simbolo di Śiva.
I Festival ed il culto di Gaṇeśa
Nell’India del sud, si festeggia un’importante festività in onore di Gaṇeśa. Anche se è particolarmente popolare nello stato del Maharashtra, la si esegue in tutta l’India. Si celebra in dieci giorni, cominciando da Vinayaka Chaturti. Fu introdotta da Balgangadhar Tilak come mezzo per promuovere sentimenti nazionalistici quando l’India era occupata dagli Inglesi. Questo festival si celebra e culmina nel giorno di Ananta Chaturdashi quando la murti di Śrī Gaṇeśa è immersa nella più vicina riserva d’acqua: a Bombay la murti viene immersa nel Mare Arabico, a Pune nel fiume Mula-Mutha, mentre in varie città indiane del nord e dell’est, come Kolkata, le murti sono immerse nel sacro fiume Gange.
Le rappresentazioni di Gaṇeśa si basano su simbolismi religiosi antichi migliaia di anni, che risultano culminanti nella figura di una divinità dalla testa di elefante. In India, le statue sono espressioni di significati simbolici, e quindi non sono mai state spacciate come repliche esatte di una figura vivente. Gaṇeśa non è visto come un’entità fisica ma come un più elevato essere spirituale, e le murti (rappresentazioni scultoree) hanno la funzione di simboleggiare la deità come figura ideale. L’errore più comune per la concezione giudeo-cristiana occidentale è scambiare il concetto di murti con quello di idolo (culto ad oggetti fine agli oggetti di per sé stessi); c’è una profonda differenza tra i due, poiché presso la filosofia induista le murti sono punti di focalizzazione simbolica attraverso i quali è possibile raggiungere la Divinità. Per questa ragione si intraprende l’immersione delle murti di Gaṇeśa nei fiumi più vicini, poiché questo simboleggia il fatto che esse permettono una comprensione solo temporanea di un Essere superiore; questa concezione è pertanto opposta a quella di idolo, che tradizionalmente indica il culto ad un oggetto per l’oggetto stesso, considerato divino.
Il culto di Gaṇeśa in Giappone è stato datato all’anno 806.
La rinascita della popolarità
Recentemente, si è verificata una rinascita del culto di Gaṇeśa e si è sviluppato un interesse sempre crescente verso questa divinità nel mondo occidentale, in seguito ad una "inondazione" di presunti miracoli: secondo la rivista Hinduism Today ed il libro Gaṇeśa, Remover of Obstacles (di Manuela Dunn Mascetti), il 21 settembre 1995 le statue di Gaṇeśa in India avrebbero cominciato spontaneamente a bere latte, ogni volta che un cucchiaio veniva posto davanti alla bocca di ogni statua per onorare il Dio-elefante. È riportato che il fenomeno si allargò e si verificò anche in altri luoghi, da New Delhi a New York, Canada, Mauritius, Kenya, Australia, Bangladesh, Malaysia, Regno Unito, Danimarca, Sri Lanka, Nepal, Hong Kong, Trinidad, Grenada e Italia. Questi avvenimenti furono considerati miracolosi da molte persone, e vennero interpretati come un ricordo della giocosità di Gaṇeśa, del suo amore per i giochi e gli scherzi.
Curiosità e "comparse" di Gaṇeśa
- Nel noto cartone animato I Simpson, Gaṇeśa è una delle divinità venerate dal negoziante indiano Apu con una statuetta nel suo market.
- Ganesha è il nome di un personaggio della serie di videogiochi picchiaduro Bloody Roar, avente la capacità di assumere le sembianze di un elefante.
Bibliografia
La maggior parte dei documenti su Gaṇeśa è in sanscrito. Una raccolta di documenti si trova qui, e sempre sullo stesso sito alcuni documenti e traduzioni in inglese qui.
- A. Daniélou, Le polythéisme hindou, Paris 1960, pp 443-452
Voci correlate
Note
- ^ Contrariamente all'opinione popolare, il vero Induismo non è né politeista né monoteista, ma è propriamente una religione enoteista: i diversi aspetti e forme di Dio (tra cui gli Avatar e i Deva) sono considerati come infinite emanazioni del Brahman (principio impersonale e fondante di ogni realtà, da cui hanno origine tutti i mondi e gli esseri), create per rendere lo stesso Brahman accessibile all'uomo.
- ^ Cfr. le altre tradizioni indeuropee nelle quali una mutilazione è conseguenza del mantenimento della parola data (ad es. il dio Tyr nella mitologia norrena).
Altri progetti
Collegamenti esterni
- Significato spirituale del culto di Gaṇeśa - Sathya Sai Baba - Discorso del 09/09/94
- Capire la cultura indiana - Sathya Sai Baba - Discorso del 09/15/88
- Gaṇeśa: la storia, gli attributi, i mantra, le feste
- (EN) Gaṇeśa Upaniṣad
- (EN) Gaṇeśa chaturthi, legends, and prayers
- (EN) Loving Gaṇeśa. Hinduism's Endearing Elephant-Faced God - Complete text online
- (EN) 108 names of Lord Ganesh with meanings